Il Tirreno

Versilia

«Mi mancheranno le tue parole prima dell’ufficio»

Franco Calotti

Franco Calotti racconta gli anni insieme dal liceo alle chiacchierate al lavoro 

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il ricordo

«Sabato mattina, in attesa di entrare in ufficio, vedendomi in piedi ad ascoltarlo, mi aveva ceduto la sedia: «Non ti posso vedere in piedi!» e poi aveva continuato a raccontarmi di quelle seppie salde che aveva trovato, fresche fresche al pontile, e che la sera prima gli avevano dato finalmente l’occasione per stappare una vecchia bottiglia di champagne da troppo tempo nel frigo.

Sì, le nostre due chiacchiere mattutine, erano per noi, ormai una consolidata e bella abitudine, per attendere le fatidiche 7.30 e iniziare a lavorare. Non gli ho mai chiesto il perché, ma il vederlo comparire in piazza Dante, tra i giardinetti del municipio, verso le sette e un quarto (e in estate anche prima), era ormai una certezza. Spesso si attendeva insieme l’usciere che apriva il portone, e quello era ormai il nostro appuntamento quotidiano, in quei pochi minuti prima di timbrare. Con Luigi ci si conosceva fin da ragazzini. C’eravamo ritrovati al Liceo Scientifico di Viareggio, dove entrambi eravamo nel primissimo Consiglio d’Istituto, lui per la sede centrale di Viareggio, io per la nuovissima (allora) sede distaccata del Forte e così facemmo subito amicizia grazie alla comunanza di idee e soprattutto grazie anche a un professore indimenticabile come Sergio Di Russo che prese a benvolerci entrambi.

Finito il liceo ci perdemmo di vista, e lo ritrovai solo anni fa quando chiese di avvicinarsi a casa grazie al trasferimento da Vecchiano, dove lavorava al Parco di San Rossore, al Comune del Forte. E anche qui, tra le scrivanie dell’Ufficio Tecnico comunale, Luigi si era subito fatto ben volere da tutti per la sua serietà sul lavoro e la sua affidabilità, anche se da diversi mesi era stato delegato, a giorni alterni, al servizio distaccato presso l’ufficio Paesaggistica dell’Unione dei Comuni a Vittoria Apuana.

E così un giorno sì ed uno no, un saluto frettoloso, e inforcava la sua bici per raggiungere piazza Moore. I nostri scambi di battute mattutini spaziavano un po’ su tutto, raramente si parlava di lavoro e di politica, più spesso delle cose di tutti i giorni, senza dimenticare qualche bonario sfottò ai colleghi più mattinieri – Massimo, Bruno, Roberto, Gino - ampiamente e simpaticamente ricambiato.

Ultimamente era orgoglioso della sua forma che raccontava fosse merito di una dieta più equilibrata e proprio delle lunghe passeggiate in bici. Già, la sua bici. Un vecchio catorcio a cui era affezionatissimo e che inforcava non appena il tempo e il meteo glielo consentivano, tant’è che sabato ci aveva preannunciato la sua ennesima gitarella domenicale in bici verso Viareggio.

E a me che tentavo, ogni tanto, di sedurlo con i benefici della pedala assistita replicava: «questa bici va benissimo così!». Grande appassionato di musica, nei giorni scorsi mi raccontava che stava rispolverando la sua vecchia collezione di dischi in vinile, perché aveva trovato, complice il Black Friday, un giradischi vintage che faceva proprio il caso suo. E giorno dopo giorno mi raccontava questo suo nuovo incamminarsi tra le note e le arie di Verdi, di Puccini e quelle dei grandi della musica leggera di questi decenni. Chissà se tra i suoi dischi c’era ancora una vecchia Traviata: «Addio del passato bei sogni ridenti.

Ciao Luigi. Mi, anzi, ci mancherai. Franco». —

Franco Calotti



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