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Montemagno si appella al sindaco «Facciamo rivivere il leccio secolare»

Cesare Bonifazi Sara Fantinato
Montemagno si appella al sindaco «Facciamo rivivere il leccio secolare»

Comitato al lavoro per recuperare il legno dell’albero e farne una stele o un cippo all’ingresso del paese 

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«Non è solo un albero», sono queste le parole che ricorrono tra i bar e le stradine di Montemagno. Quel leccio quasi millenario era un concittadino, un punto di riferimento. E adesso non c’è più, spazzato via dalla furia del maltempo. Così ieri, dopo le prime riunioni tra i cittadini, i membri del comitato paesano hanno incontrato il sindaco Alessandro Del Dotto per discutere su quello che potrebbe essere il futuro della pianta secolare.

Prima di pensare al recupero dell’area ci sono infatti delle priorità: intanto è necessario rimuovere il leccio e contemporaneamente individuare un luogo dove conservarlo. Poi sarà necessario valutare quanta percentuale del legno dell’albero possa essere effettivamente recuperata. Il leccio infatti in passato era stato riempito al suo interno con del cemento, che sommata al maltempo e agli anni hanno portato alla caduta. Secondo le prime ipotesi, entro la fine dell’anno il fusto verrà portato via per evitare che le frequenti piogge vadano a danneggiarlo ulteriormente. Per gli abitanti della frazione di Montemagno, ma anche per quelli dell’intero territorio comunale di Camaiore, rappresenta una perdita indicibile vissuta come un vero e proprio lutto di una persona. «Il cittadino più illustre».

Il leccio fino a pochi giorni fa è stato infatti simbolo di vecchie e nuove generazioni, era il luogo di ritrovo, dei primi amori, il punto di riferimento per il postino. Era tutto Amara è la reazione di Armando Fabbri: «L’uso delle sostanze chimiche invasive usate negli anni potrebbero essere la causa della caduta. Se avessero lasciato la natura fare il suo corso avrebbe sicuramente resistito di più».

Samuele Lazzarini, del bar davanti a dove si trovava l’albero non si capacita: «L’ho visto la sera quando ho chiuso e la mattina alle cinque non c’era più - ha raccontato al Tirreno - è stato un duro colpo. Adesso è il momento di intervenire e mettere un nuovo leccio, magari con vicine varie panchine affacciate sul panorama, per ristabilire così quella sensazione di familiarità che l’albero era capace di trasmettere».

Il leccio di Montemagno era un simbolo per tutti anche per le nuove generazioni, come Carlotta Domenici: «È stato un dispiacere immenso che ha toccato tutta la comunità». Lando Salvini segue la linea degli altri abitanti del paese: «Al posto del vecchio leccio deve nascerne uno nuovo, sarebbe un’immagine molto bella».

Le finestre di casa di Elisabetta Dini si affacciano proprio davanti a dove sorgeva la pianta caduta: «Non era un semplice albero - racconta la donna - era sinonimo di famiglia. Aveva radici forti ben strette ai cuori degli abitanti, perciò la sua caduta rappresenta per me una grande perdita». Lo è per lei come per Olga Domenici, nata e cresciuta qui: «Il mio desiderio è che ci siano interventi il prima possibile, mi piacerebbe se venisse piantato un nuovo leccio. Ritengo che una buona idea sarebbe costruire un muretto capace di riparare dal vento».

Patrizia Morelli non ha dormito la notte della caduta: «All’una sono arrivata sul posto e ho pianto - racconta - era il guardiano del paese, il punto dove abbiamo trascorso le domeniche e da dove passavano i pellegrini. Ho anche scritto una poesia per commemorarlo. Non ci sono parole per descrivere a chi non è di qui quale dolore proviamo noi di Montemagno».

Andrea Biagi è solo di passaggio a Montemagno per questioni di lavoro. Anche a lui sono bastate poche ore per capire cosa rappresentasse quella pianta: «Un simbolo di familiarità, un punto di riferimento che deve essere al più presto sostituito senza commettere gli errori di manutenzione del passato».

Cesare Lencioni è il titolare del ristorante Le Meraviglie, a poche centinaia di metri da dove si trovava l’albero secolare e considerava quella pianta come «uno di casa»: «Sarebbe bello che venisse allargata la piazza, porre una parte del vecchio leccio nel centro, accompagnato da una targa commemorativa e spostarci la statua di Giorgio Gaber, utile a sottolineare l’importanza non solo sentimentale ma anche storico-culturale che il secolare legno aveva. Secondo me è importante dove è nato e morto, ma soprattutto dove tutti noi lo abbiamo sempre ammirato». —



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