Il Tirreno

Versilia

Quell'intreccio spettacolare di verde e specchi d'acqua

Adolfo Lippi
Il padule di Massaciuccoli dall'alto
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Il padule di Massaciuccoli dall'alto

Nella fotografia di Roberto Paglianti che troverete in edicola giovedì 21 la bellezza folgorante del paesaggio che contorna il Massaciuccoli

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La foto propone il padule di Massaciuccoli dall’alto. È di bellezza folgorante. E così lo vedono, meglio lo vedevano, le folaghe quando nel loro ciondolare tra varie marine venivano qui attratte dalla ricchezza di alghe loro preferito cibo. Oggidì l’inquinamento ha avvelenato la vegetazione lacustre e le folaghe disertano. Peccato. Ne erano ghiotti Maria Luisa di Borbone che si dilettava di caccia e, notoriamente, Giacomo Puccini che sul padule aveva la sua splendida villa. Ma il padule è benissimo percorribile col barchino.

Ne esiste uno, il Burlamacca, che porta i turisti un po’ dovunque. Prende il nome di una antica famiglia lucchese, i Burlamacchi, e dal fosso che da Viareggio conduceva le anguille a figliare tra i falaschi del lago. Questa pesca che dava pranzi e cene prelibatissimi, le famose “cee” raccontate da Renato Fucini, scrittore toscano golosissimo, adesso è, come tante altre attività storiche, impedita. Per mangiarne si ricorre a sotterfugi oscuri così quelli che non riescono a farne a meno se le fanno arrivare congelate dalla Spagna, si chiamano “angulas”, o addirittura dalla Cina.

Bei tempi quelli delle cee in umido con polenta, appartengono come le folaghe ad un’epoca leggendaria quando sul lago si frequentava il mitico “Cecco” a fianco della villa Puccini. Suggestivo è ancora il percorso sul lago andando a vela e coi barchini e così si possono indagare alcuni mestieri non più esistenti che erano l’escavazione delle sabbie necessarie per tagliare il marmo su nelle Apuane, le torbiere, lo stare degli uccelli. Ho già citato due esperti del Massaciuccoli.

Uno è il regista fotografo naturalista Alessandro Tofanelli che abita un casone dei Salviati prima di San Rossore e conosce leggendari personaggi della caccia e della pesca. L’altro è l’architetto ambientalista Pier Luigi Bianchi di Massarosa che ha pubblicato, e me ne servo, un bel libro dal titolo “Dal Padule alla Sombora”. Dunque gli uccelli. Nel brusio dei falaschi diceva del Massaciuccoli il maestro Puccini «si scorgono tramonti lussuriosi e straordinari. Aria maccheronica in estate, splendida di primavera e di autunno. Aree popolate di fagiani, beccacce, merli, fringuelli».

Puccini s’era fatto arrivare una specie di colubrina e quando sparava ne uccideva a decine. Per le folaghe era di abitudine la “tela” che consisteva in un grande assembramento di barchini pieni di cacciatori. Si verificava a fine autunno. Ogni barchino comprendeva il cacciatore e il barcaiolo. Dopo le otto del mattino i barchini si dirigevano a semicerchio verso uno dei seni più grandi del lago. Così le folaghe erano obbligate a fuggire in avanti e si ritiravano nella parte più profonda del seno. Le barche allora tutte si fermavano, il cacciatore si adagiava nel barchino, imbracciava il fucile, cresceva il frastuono e gli uccelli erano costretti ad alzarsi in volo. Tentavano di scappare ovunque ma in ogni lato erano circondate e pum pum se ne abbattevano a decine. Un’altra caccia si praticava con “la zampogna” che era un richiamo. Si adoperava nelle notti di luna piena i
n luglio e agosto. Le folaghe che udivano il canto accorrevano sul barchino e qui il cacciatore spietato le puntava e le abbatteva.

Per la pesca si praticava invece il “foone”. Lo praticavano i bracconieri. Si usava un aggeggio con due beccucci che collegati a un contenitore–bombola sprigionava gas acetilene. Una fiamma brillante veniva allora concentrata per vedere il fondale. I pesci non avevano scampo. Scattavano le fiocine e rimanevano infilzati tinche, anguille, carpe, lucci dai denti aguzzi e pericolosi nei morsi. Se la caccia e la pesca (che poi si faceva anche usando le famose bilance) andavano bene in bonifica, scrive sempre Pier Luigi Bianchi, si cantavano stornelli. Tra i famosi, “Reginella campagnola”. E si imbandivano le mense e scoccavano i flirt.

Insomma un mondo in parte scomparso poiché il lago è saturo di concimi, zeppo di pesci morti, fatto di acque torbide causate da scarichi incontrollati. L’amministrazione del Parco fa ciò che può ma l’agonia è evidentissima. È noto come l’estrazione delle torbe già scacciasse Puccini dalla villa sul Lago. La torba, delle distese dei verdi falascheti, ha lasciato il posto a vasti specchi d’acqua. Poi nel 1927 la Società torbiere fu messa in liquidazione. Però i danni restarono. Per le sabbie, vero tesoro minerario, l’estrazione finì nel 1991. Erano più di trenta le aziende che la praticavano. Così visto dall’alto il lago pareva un gigantesco gruviera. Però a navigarlo dà ancora, come ai tempi dei romani, parecchie suggestioni.

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