Il Tirreno

Versilia

Nel cuore della pineta che conquistò i Borbone

Adolfo Lippi
Nel cuore della pineta che conquistò i Borbone

Nella fotografia di Roberto Paglianti che il 20 novembre riceverete insieme al giornale il fascino di un gioiello della natura come non lo avete mai visto prima

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VIAREGGIO. Il viale dei Tigli, tra Viareggio e Torre del Lago, dovrebbe esser fatto “patrimonio dell’umanità”. È talmente bello, fresco, ombroso, che, nonostante tutto, cemento e camping in estensione, si mantiene vanto ai giorni nostri. E consente passeggiate lunghe, almeno cinque chilometri, corse ai podisti, ahimè anche parcheggi invasivi per i bagnanti della Lecciona.

Il viale dei tigli attraversa una delle pinete, in parte immacolate, ancora presenti in Versilia. Lontani residui di boscaglie che dalla Maremma al Magra facevano di questa parte di Toscana a mare un’oasi di natura regno di lecci, olmi, querce eppoi anche pini, pioppi, platani, ginepri sicché anche ora vi crescono copiose qualità di funghi prataioli, vescie, pinacci, roselle gustosissime.

Così in una relazione del 1840 del governatore viareggino si legge che la pineta a levante è frequentata da tordi, merli, fringuelli, culbianchi, capinere, passere, beccacce, germani e anche folaghe negli acquitrini. Insomma un Eden salmastroso che ha vissuto e vive vicende di forti contrasti poiché le aree attorno hanno fatto e fanno gola alla speculazione e baracche, baracchette, pizzerie, campeggi avanzano da ognuna delle due parti tentando di strozzare la stupenda pineta che ne soffre e vista dall’alto è piena di buchi e alberi stecchiti da venti malefici e parassiti di ogni specie.

Certamente l’amministrazione del Parco San Rossore Migliarino fa di tutto per salvare il verde e i cinghialotti che lo vivono. Però il viale ebbe, come noto, i vecchi tigli malatissimi tagliati e sostituiti e non passa giorno che non accadano attentati. Nonostante la guardia dei forestali.

La storia del viale è la storia della pineta e la storia della Tenuta inventata da Maria Luisa, duchessa di Lucca. I principi Baciocchi, regnante la sorella di Napoleone, Elisa, al loro decadere donarono l’area alla comunità viareggina. Ma succedendo ai Baciocchi, la Maria Luisa Borbone se ne impossessò brutalmente. E pur sollevando Viareggio al rango di città (duecento anni fa), prese terreni e pineta a sud e inventò di farvi una reggia sontuosa che dal palazzo di via Regia avrebbe raggiunto con un casino di caccia la Lecciona. Maria Luisa dette incarico del progetto all’architetto Lorenzo Nottolini. Erano così ambiziosi che il Nottolini venne invitato a studiare la reggia di Caserta, già celeberrima. E tornato disegnò il palazzo della via Regia, il ponte, il viale dei Tigli fino almeno a metà pineta, dove sorsero i fabbricati dell’attuale Tenuta Borbone.

Maria Luisa che era appassionata di caccia (partecipava alla “tela” sul Lago) usò poco della reggia. Che, col figlio di lei, Leopoldo, divenne prima sede del gonfaloniere Cittadella eppoi casinò da gioco. Nell’ex casino alla tenuta, sul viale, vennero invece ai tempi dei Lorena in Firenze ad abitare i Borbone cacciati dalla Spagna. Con Margherita e don Carlos I si insediarono i loro cinque figli e una pittoresca corte di esuli ben descritta da Lorenzo Viani ne “Il figlio del pastore” . Tra questi figli la più bella era Elvira, dice Viani «slanciata e flessuosa come una figura regale di Goya».

I Borbone, è ovvio, non più regnanti si annoiavano a morte. Potevano al massimo pregare in cappella e smezzare le carte. Allora la loro splendida figlia si invaghì di un pittore libertino, Filippo Carlo Folchi, già sposato e padre, e con lui si involò lasciando tristissimo don Carlos che decise alla fine di vender la villa, licenziò il padre di Viani, ch’era maggiordomo, e si liberò dei mobili.

Con lo stato unitario villa Borbone rimase ai Borbone però siccome loro avevano combattuto la prima delle guerre mondiali con gli austriaci, insomma contro di noi, gli espropriarono i beni. Loro fecero causa e governando Mussolini tornarono in possesso della villa che nel 1926 fu definitivamente acquistata dal Comune per 2 milioni e 700 lire. Allora Mussolini che aveva ricevuto una delegazione municipale, con a capo Viani (che gli mostrò alcuni suoi quadri), favorì l’allungamento del viale dei Tigli fino a Torre del Lago. E lì alla Leccione vi è ancora un cippo commemorativo con tanto di fasci a rammentare il ripristino della proprietà comunale.

Negli anni ’70 del secolo scorso si affacciarono alla tenuta i Barsanti, famiglia viareggina di spicco (uno di loro era terzino nella Nazionale di calcio), che avevano fatto soldi in Venezuela. Coi Barsanti il poeta Vittorio Grotti organizzò parecchie mostre d’arte nella sede dell’ex casino di caccia. Poi i Barsanti, munifici, donarono gli edifici di nuovo al Comune. Che adesso li occupa con la direzione di monsignor Giovanni Scarabelli, noto studioso dei Borboni e organizzatore di convegni e concerti. Il viale dei Tigli è ancora, nonostante tutto, un gioiello di natura. E la suggestiva foto di Paglianti rende onore al patrimonio boschivo. Che ci si augura permanga in buona salute.

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