Il Tirreno

Versilia

«Lavorini fu rapito per motivi politici Il movente gay fu un’invenzione»

CORRADO BENZIO

Ecco l’ultimo articolo firmato da Corrado per il nostro quotidiano nel gennaio scorso in occasione del 50° anniversario del delitto 

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Questo è l’ultimo articolo firmato da Corrado Benzio per il Tirreno. Fu pubblicato il 27 gennaio scorso, per il 50° anniversario del caso Lavorini, su cui aveva scritto insieme a Roberto Bernabò il libro “L’infanzia delle stragi – Il caso Lavorini” ed. Reverdito, 1989. Ve lo riproponiamo per ricordare tutti insieme il suo talento giornalistico.

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CORRADO BENZIO

Me lo restituiranno dopo Carnevale. Papà Lavorini sperava ma in quella frase che dirà ai giornali c’era un’idea che poteva sembrare bizzarra. Che il rapimento del figlio Ermanno, 13 anni da compiere, avesse in qualche modo a che fare con la bruttissima aria che si respirava in quel gennaio del 1969 a Viareggio e nella Versilia. Me lo restituiranno dopo Carnevale, una frase che lascia intravedere uno scenario: che a Viareggio si volesse aumentare la tensione, già fortissima, esplosa dopo i fatti della Bussola. Sono passati 50 anni, mezzo secolo, va fatto quindi un riepilogo.

preparate 15 milioni

Il 31 dicembre 1968 viene contestato il veglione di Capodanno alla Bussola di Focette. In piazza c’è Adriano Sofri a guidare studenti venuti da mezza Toscana. Uno rimane ferito: si chiama Soriano Ceccanti e resterà paralizzato da un proiettile che lo colpirà alla schiena. Giusto un mese dopo, il 31 gennaio, venerdì antivigilia del primo corso di Carnevale, una telefonata arriva a casa Lavorini. «Ermanno non torna a cena, preparate 15 milioni». La telefonata la riceve la sorella Marinella che urla: hanno rapito Ermanno. A sera tutta Viareggio sa del bambino rapito. Il giorno dopo lo saprà tutta l’Italia e per la città inizierà il calvario. Indagini, rastrellamenti, stupidaggini dette dai migliori investigatori mandati da Roma («O’ guaglione a’ da mangiare – fa un appello il questore Iovine – se qualcuno compra un etto di mortadella più del solito, segnalatelo»), sensitivi. Tanti, tantissimi mitomani. Ma anche investigatori non proprio specchiati, soprattutto nell’Arma. Sepolto in spiaggia Ermanno viene ritrovato cadavere il 9 marzo sulla spiaggia di Marina di Vecchiano, seppellito sotto pochi centimetri di sabbia. L’autopsia non rileverà granché, giusto che è morto il giorno del rapimento e non ha subito violenza sessuale (Wikipedia dice il contrario a conferma della frequente inattendibilità della rete).

il primo BIMBO RAPITO

Fu il primo rapimento di un bambino in Italia. E forse in Europa se i giornali dovettero andare a ritroso fino al caso di baby Lindbergh, figlio del celebre aviatore. Dopo il funerale seguito da una folla inferocita, inizia il massacro di una città. Scoperti i tre protagonisti del goffo rapimento (Ermanno si ribella e viene picchiato a morte), iniziano a raccontare versioni di ogni genere. Sono ragazzi di vita, si prostituiscono in pineta e nasce così la pista sessuale, anzi omosessuale. Filone amato dai carabinieri che strappano l’indagine alla polizia. Due le vittime del filone omosessuale.

la pista omosessuale

Il primo è Giuseppe Zacconi accusato ingiustamente di pedofila. Deve rivelare ai giudici di essere impotente e verrà scagionato. Ai giornali lascerà una frase che è una sentenza: «Mi hanno tolto la merda di dosso, ma il puzzo è rimasto». Era figlio del grande attore Ermete Zacconi, morirà di crepacuore pochi mesi dopo. Ma il vero personaggio tragico è Adolfo Meciani. Proprietario di un bagno, pokerista, playboy della ruggente riviera. Donne tante? Figuriamoci è una maschera. Lui ama appartarsi con i ragazzini, che una volta fatta la frittata (la morte di Ermanno) lo ricattano per avere soldi e aiuti. E poi lo accusano. Cose pesanti: Ermanno rapito per diventare il frutto proibito da portare al Meciani. Che finisce in clinica, sottoposto a elettrochoc. In queste condizioni viene arrestato, rischia il linciaggio fuori dalla caserma dei Carabinieri, finisce al Don Bosco a Pisa. Dove si impicca.

i politici accusati

Nel tritacarne finiranno anche il sindaco e il presidente dell’azienda di soggiorno. Entrambi socialisti mentre a Viareggio dal Comune erano stati cacciati dopo 40 anni i democristiani per far salire una giunta di sinistra. Troppo per una città aizzata dalla presenza di Junio Valerio Borghese, il principe nero. Ma anche da Sergio Boschiero, presidente del Fronte giovanile monarchico.

il fronte monarchico

Sarà un giornalista a indicare la svolta nelle indagini. Si chiama Marco Nozza e scrive per Il Giorno. Quando intervista Marco Baldisseri, autore materiale del rapimento, solo 16 anni, nota un distintivo all’occhiello. «È del fronte giovanile monarchico, ma se scrive qualcosa lo denuncio». Alla fine nasce tutto da lì, dal fronte giovanile monarchico dove si organizza il rapimento di Ermanno. Il fine è fare soldi per progettare attentati e salire nella considerazione dei capi romani. Anche a sinistra, ma nell’estrema, si intuiscono cose e un volantino indica ai carabinieri di puntare su via della Gronda, alla periferia di Viareggio. Ma la sede del movimento è stata chiusa, soprattutto sono spariti i registri, dove forse c’è anche il nome di Ermanno.

il processo 6 anni dopo

L’indagine ha una svolta, ma al processo – 6 anni dopo – prevale la tesi dei festini. Pm è il dottor Sellaroli, che poi lascerà la magistratura per fare l’avvocato, protagonista di un altro brutto caso, la morte dell’anarchico Franco Serantini a Pisa. Solo nel 1976 in appello si parlerà di disegno pseudo-politico. Condannati Marco Baldisseri, Rodolfo Della Latta e Pietro Vangioni. Pene lievi, confermate in Cassazione.

i condannati

Sono tre squattrinati o quasi, non ci saranno risarcimenti per le vittime. Neppure Viareggio verrà risarcita. Come scriverà Marco Nozza giornali e tv calarono a frotte quando si parlava di orge e festini. Pochi e quasi tutti locali, i giornalisti ai processi. Ma era normale così. Nel frattempo ci sarà la strage di piazza Fontana, il terrorismo e lo stragismo. Così nella memoria il caso Lavorini resterà «una storia di finocchi». Dimenticata anche dalla sinistra, come sottolineava con grande lucidità Pier Paolo Pasolini che non vedeva nel Pci un grande difensore dei diritti civili. Viareggio ci metterà tanto a riprendersi. Eppure era la città di Tobino, Garboli, Monicelli. Era la città del premio Viareggio, in giuria Pasolini e Moravia, Eco e Ungaretti. La città non si piegò ma non le fu neppure restituito l’onore. Io e il mio collega Roberto Bernabò ci provammo 20 anni dopo il caso. Scrivemmo un libro per raccontare la verità. Fummo anche censurati al caffè della Versiliana. Oggi, a 50 anni da quei giorni sconvolgenti, i protagonisti di quella vicenda sono ancora vivi, ma ormai passati alla storia. –

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di Redazione web