Il dolore
L'addio a Corrado Benzio, narratore immerso nella realtà
Due direttori del "Tirreno" che hanno lavorato a lungo con lui a Viareggio, Roberto Bernabò e Fabrizio Brancoli, ricordano l'amico e collega scomparso
VIAREGGIO. Eccoci qui Corrado, abbiamo fatto come te: scriviamo di getto, non ci siamo preparati. Avremmo molte storie da ammannire alla platea, quella trasferta a Montpellier, quel libro scritto insieme documento su documento, quel bicchiere, quei gran segreti confidati. Ma sono cose speciali solo per noi; per cui resteranno fuori dalle righe. Semmai ce le racconteremo un’altra volta, con te.
Avevi alcuni difetti insopportabili e diverse doti da campione: la penna poliedrica, la vena creativa e un notevole retroterra culturale. Eri un viaggiatore curioso che sapeva percorrere tragitti non convenzionali, nella geografia dei luoghi e nei caratteri delle persone. Eri un riferimento empirico: insegnavi senza cattedra, facendo da esempio. Raccontarti significa raccontare come si fa – o come si dovrebbe fare – questo mestiere: con passione e interesse, con studio e intelletto. Con una visione originale e laterale della realtà, lontana e dissonante rispetto ai bolsi spartiti del giornalismo di prammatica.
Il senso era questo, e scusa se riassumiamo male: fai parlare le persone comuni, non ti far fregare dalle informazioni concesse a tutti, ricordati che le notizie buone riguardano le cose di cui si sente parlare in giro, concentrati sugli interessi dei lettori e non su quelli degli interlocutori ufficiali. Guarda a chi riceverà la tua storia, e non a chi te l’ha data. Davanti a un fatto cerca un taglio, una breccia, una ferita non per forza visibile, per far passare la luce della cronaca. Spesso il giornalista deve passare anche da antipatico. Semmai improvvisa, vai di estro. E comunque divertiti, per l’amor del cielo, ché se non ti diverti non succederà niente di buono al tuo articolo.
Ora le contiamo, queste lezioni: sono nove. Un decalogo di nove regole. Che contraddizione, vero? Un elenco imperfetto e confuso, manca un manuale di istruzioni. Del resto una vera logica di manutenzione di questo congegno sofisticato e che si chiama giornalismo, non c’è. Funziona a strappi e procede per discontinuità, come tante altre cose; come la vita, il grande mare che non registra rotte precise.
Hai lavorato in molte città toscane, eri viareggino dentro ma anche cittadino del pianeta, citavi indifferentemente un filosofo presocratico e l’asprezza creativa di Manlio Scopigno, una poesia francese e una battuta dei Soliti Ignoti. Noi abbiamo tante storie su di te, Corrado, potremmo far ridere e commuovere un sacco di gente ma valgono esattamente quanto quelle degli altri. Sono tessere di un mosaico che ricomporremo piano piano, quando non riusciremo più a piangere e cominceremo a ricordare davvero, senza questo dolore maledetto.
Poi c’era quel pezzo di Patty Pravo. “La cambio io la vita che non ce la fa a cambiare me. Portami al mare, fammi sognare e dimmi che non vuoi morire”. Ce la cantavamo a squarciagola in redazione, vent’anni fa, e non capivamo che ci avevi già detto tutto.
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