Il Tirreno

Versilia

La spiaggia che ha fatto innamorare poeti, registi e scrittori

Adolfo Lippi
La spiaggia che ha fatto innamorare poeti, registi e scrittori

La prima fotografia in regalo con il giornale in edicola mercoledì è dedicata alla Lecciona

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La Lecciona, leggendaria spiaggia tra Viareggio e Torre del Lago (parco naturale di Migliarino San Rossore Massaciuccoli) deve il suo nome alla pianta del leccio. Individuati già dai tempi di Maria Luisa di Borbone, architetto il Nottolini, come alberi da abbellimento per una “pineta” giardino, vi sono ancora in zona lecci (li scoprì il vigile Mattone) che hanno cinquecento anni. Insomma un prestigio botanico che rende l’area affascinante e romantica.

Vi si arriva dal viale dei tigli. Poi si intraprende la via Giovanni Guidalberto, prete toscano che inventò il parco di Vallombrosa e fu fatto santo protettore dei vigili forestali, si giunge alla marina senza incontrare troppe costruzioni ma beatificati dalla natura ben protetta dal Parco Migliarino San Rossore. E se si ha fortuna ci si può ancora imbattere nel fantastico “fratino”, uccello trampoliere, piccolo e tozzo, che tipicizzato da una mascherina nera predilige le spiagge in buona salute. La Lecciona lo è ancora e fa sognare.

Furono i romantici, infatti, a scoprire questa riviera che Gabriele D’Annunzio battezzò Arcadia e che si potè definire un Eden, intatto e suggestivo. Ma prima di D’Annunzio furono Lord Byron eppoi Percy Shelley, due poeti incapricciati di salmastro e pinete, a battere questo litorale. Shelley, addirittura, vi morì annegato (al Gombo poco distante da Torre del Lago) e il suo corpo fu arso tra le dune marine, scena ripresa da un notissimo pittore inglese, Blake Richmond, che collocò il quadro alla Royal Academy di Londra e fece la fortuna del paesaggio viareggino. Da lì il tour degli artisti europei in Versilia, già dalla metà dell’800.

Poi venne D’Annunzio. Che, accampato a Marina di Pisa (conviveva con Eleonora Duse), si spostò spesso a cavallo fino alla Lecciona e scrisse quella superba poesia Versilia che della terra ne fece una dea agreste intessuta di aghi di pino profumata di ragia. In tempi moderni il critico letterario più influente Cesare Garboli, condusse a fare il bagno in loco l’amica Rosetta Loy, scrittrice famosissima. E lei ne scrisse nel libro “Cesare” narrando di un bagno da ignudi. Che del resto facevano tante signore bene della città attratte dal liberato mondo che lì, alla Lecciona, si poteva vivere e fantasticare. In pace e disabbigliati. Così questa spiaggia entrò nelle guide gay internazionali. E moltissimi furono i frequentatori almeno fino agli anni duemila quando poi stravinsero i puritani e la Lecciona ritornò in parte alle famiglie dei campeggi. Ma quando fu capitale gay a Torre del Lago, Lecciona a sud, sorsero chiacchierati e fulminanti locali (citerei il Mama Mia) che portarono al trionfo del variopinto e internazionale “Gay pride”.

Anche il cinema si interessò dell’area, sublime e rasserenante. Così nel primo dopoguerra nel 1947, Giannetto Guardone, noto professionista che aveva fatto parte del milieu di intellettuali sorto attorno al liceo Carducci (con Mario Tobino e Manfredo Bertini e Mario Monicelli), scelse questi luoghi per ambientare un suo sapido “Pinocchio”. Protagonista ne fu il piccolo “Bibi” Alessandro Temei (il cui nonno era stato sindaco), negli altri ruoli figurarono Erminio Spalla (mangiafuoco), Mariella Lotti (la fatina dai capelli turchini), Vittorio Gassman (un pescatore), il dottor Selvaggi (fece Lucignolo). Allora l’attuale pizzeria “La Lecciona” divenne “L’osteria del gambero rosso” dove Pinocchio fu intortato dal gatto e la volpe.

Attualmente gestita dall’amministrazione del Parco, la Lecciona è difesa dall’avanzare del cemento. Però i pini vi muoiono ugualmente. Negli anni subito dopo la guerra il comune pensò bene di progettare l’area di levante e Galileo Chini fece un progetto alla Dubay, fantastico, avveniristico, con albergoni e casinò e stadi monumentali. Non se ne fece di nulla. Tuttavia negli anni ’50 il comune di Firenze (sindaco Giorgio La Pira) richiese l’area per un villaggio vacanze che per qualche anno funzionò. Si costruirono anche alcuni edifici (ancora esistenti) dove poi alloggiarono il capo delle guardie forestali e una società vi insediò un maneggio di cavalli. In queste case abitarono anche alcune famiglie disagiate. Adesso tutto deserto e lasciato alla frequentazione balneare selvaggia. Nell’ultima guerra i tedeschi pensando a uno sbarco alleato sulla marina vi costruirono un fortino. Dove, dopo, i ragazzi andavano a far la borragine per il presepe. Il fortino è ancora un rudere. Nella speranza che non divenga, sulle rovine, un ridondante palazzo (come accadde per la vicina Lagomare).

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di Redazione web