Il Tirreno

Versilia

Un quadro di Mario Marcucci donato al Papa

Adolfo lippi
Un quadro di Mario Marcucci donato al Papa

La consegna durante l’udienza del mercoledì in piazza San Pietro. Francesco: «Lo metterò nel mio studio»

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Adolfo lippi

Un bellissimo quadro, una “deposizione”, di Mario Marcucci, è stato donato a papa Francesco, mercoledì, nel corso di un’udienza concessa dal Santo Padre a monsignor Danilo D’Angelo e ad Ireno Francesconi, segretario della Fondazione Marcucci. Il commento di Papa Francesco è stato. «E’ magnifico. Lo metterò nel mio studio».

Ed il quadro, 230 x 300 centimetri, merita davvero questa eccezionale considerazione. Dove le figure di Gesù e Maria, nel momento più volte rappresentato in arte della “pietà”, sono trattate con linee semplici, colori tenui, appena un abbozzo da dove, tuttavia, proviene un sentimento profondo che è l’amore della Madonna per il figlio barbaramente ucciso in croce. Tema che l’artista viareggino tratta con vibrante adesione.

Mario Marcucci, come ben scrisse lo scrittore cattolico Carlo Bettocchi è un artista “religioso”. A suo modo. Poiché nelle cose che dipinse, mise sempre tanta partecipazione umanissima; ed anche in una preziosa “crocifissione”, in mostra di questi tempi a villa Bertelli di Forte dei Marmi, si avverte come nelle opere di Marcucci non vi sia mai distacco, rappresentazione, mestiere artistico e professionale , ma una compresenza, sicché e nelle nature morte come negli squarci di piazzette e strade viareggine fin anche nei ritratti familiari e di amici vi è sempre lui, Marcucci, che visse la Viareggio povera, semplice, quotidiana con struggente poesia.

Marcucci, che è uno dei più importanti pittori italiani a cavallo tra l’ultima guerra e gli anni ’60, ha oggi sul mercato un’assenza immeritata. Epperò nella storia della cultura - poiché di lui scrissero Montale, Moravia, Garboli, Parronchi, Soldati e tanti altri - rimane un riferimento fondamentale per capire quando al di là degli equilibrismi modaioli, tipici dell’ultimo Novecento, sapesse sopravvivere una pittura nazional popolare, a volte colta, a volte minimale, firmata da artefici umili ma geniali quali Morandi, De Pisis ed appunto Marcucci.

Mario Marcucci era nato nel 1910 in una casetta di via via XX Settembre da una famiglia di pescatori. Preso fin da ragazzo dalla passione del disegno intraprese appartato la propria carriera; senza ricorrere, pur conoscendolo, all’apprendistato da Lorenzo Viani, artista glorioso e già famosissimo. Timido e assai misogino (tale era il suo carattere) ebbe un sodalizio importante con il poeta Luca Ghiselli che gli lesse e commentò la poesia di Eric Maria Rilke, il grande viennese che in estate aveva preso alloggio all’hotel “Plaza & De Russie” sulla Passeggiata. La malinconia di Rilke s’innervò nella sensibilità dei due giovani viareggini ai quali si aggiunse presto lo scrittore Mario Tobino, ben più indomito ed esuberante rispetto ai due. Ed il terzetto prese il coraggio per produrre e farsi notare. Così Marcucci che prediligeva il disegno con pochi tratti e l’acquarello con colori tenui e fantasmatici, vinse addirittura il formidabile Premio Bergamo, protetto da Bottai, con in giuria Rosai e Maccari.

Si era nel 1941. Da lì in poi Marcucci divenne un punto di riferimento per tantissimi intellettuali, da Carlo Bo a Manlio Cancogni, fino ad Alfonso Gatto. Più che la critica d’arte mestierata, si accorse di lui - perché ritenuto un uomo libero e sincero - un milieu di scrittori, poeti, filosofi, che in Marcucci respiravano l’aria fresca delle marine, del libeccio, della spontaneità. Ed egli si mantenne fino alla vecchiaia in Viareggio, con la consuetudine di Cesare Garboli e Mario Francesconi (altro pittore di elettiva affinità), fedele al proprio mondo che mai documentò per gli altri ma che visse intimamente, sicché i suoi quadri sono i suoi occhi, la sua pelle, il suo sorriso mansueto e solare, disposti con francescana comunione.

Tante sono state le mostre di Mario Marcucci, a Lucca, a Viareggio, a Milano. Certamente manca una consacrazione. Ma questa attenzione del Papa, provocata da due suoi notissimi estimatori, gli toglie la polvere della immeritata dimenticanza. E lo segnala per combattere la confusa modernità. Con una pittura rigorosa e solida che ha le sue radici in Masaccio.—

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