Sicurezza
Antonio Tedeschi in pensione dopo 48 anni in camice bianco
Raggiunti i 70 anni lascia il suo lavoro il medico di famiglia di Torre del Lago «Il paziente non è mai un numero, ma una parte di te stesso»
Lui è di quella generazione di dottori che la mano sulla pancia del paziente l’ha sempre messa. Perché - sono le parole di Antonio Tedeschi, prossimo alla pensione da medico di famiglia il 26 ottobre - «il paziente non è un numero: è una parte di te stesso. E quando pedi qualcuno stai male. È una parte di te stesso che va via». La mano sulla pancia come quella prima volta, fresco di laurea conseguita all’università di Pisa nel 1976: «Me lo ricordo come fosse ora. Il mio primo giorno di guardia medica ed avevo una paura matta. Mi chiamarono per un paziente con dolore addominale molto forte, uno che era anche un amico. Lo visitai e secondo me aveva una pancreatite. Lo mandai all’ospedale e la diagnosi fu confermata».
Le pani sulla pancia ed un rapporto molto schietto col farmaco: «Agli informatori medico/scientifici dico “venite da me quando avete qualcosa di importante”. Non ho mai prescritto un farmaco perché andava di moda». E la mente va a quel tornitore trentacinquenne che - siamo ancora agli inizia della carriera di Tedeschi - «mi telefonò spiegandomi che quando girava il tornio accusava un dolore alla schiena e chiedendomi un antinfiammatorio. Risposi no, invitandolo in ambulatorio. Dove lo accompagnò, quasi a forza, la moglie. Lo visitai ed aveva un aneurisma all’aorta toracica. Gli intimai di stare immobile mentre chiamavo l’ambulanza . Mi disse: “Ma che dici?”».
Padre operaio in ferrovia e madre casalinga, la passione di Tedeschi per la medicina viene dall’infanzia: «Portavo a casa animali feriti ed osservavo il decorso della ferita. Ho ancora gli appunti che prendevo. Devo tutto ai miei genitori». Agli inizi Tedeschi si concentra sulla pediatria, lavorando in ospedale a Pisa sotto la guida esperta di Roberto Pardini: «Mi diceva: “Prima guarda i bimbetti e poi curali”.
C’è il rapporto umano alla base della professione di medico come l’ha svolta Tedeschi, in 48 anni di vita indossando il camice: «Il medico di famiglia deve essere uno che è accanto alla gente, senza presunzione ma con capacità di ascolto. Non mi sento un eroe, ma uno che ha lavorato ed ha sentito una missione dentro. Quello che non ho mai fatto è il “fornitore di ricette”. Nè una visita per telefono. L a regola, anche di fronte alla ennesima richiesta “mi dà l’antibiotico?” deve essere prima ti visito, poi se ne hai bisogno lo do, altrimenti no». Oggi, sottolinea Tedeschi, «lo stato di salute della popolazione è migliorato rispetto all’inizio della mia carriera. Ma si fa troppo abuso di medicinali senza ascoltare il medico e spesso è colpa nostra che segniamo senza ascoltare. Serve un passo ulteriore: fare sì che il paziente vada più dal medico quando ha bisogno e che il medico ascolti ancora di più il paziente. Soprattutto il medico di famiglia che è il primo che viene a contatto con il nemico. Il Sistema sanitario nazionale deve capirlo».
Tra i principi di una vita da medico, Tedeschi ricorda: «Un paziente deve sapere e non si deve sentire solo. È un passaggio che fa scaturire il lato umano del medico, che non è un superman ma sta a fianco della vita dei pazienti che lo scelgono. Il paziente ti dà la sua vita tra le mani. Devi contraccambiarla questa cosa».
Due figli, Roberto laureato in filosofia ed Emanuele, medico: «Gli ho sempre detto “pensa che il paziente è quello che ti dà la sua vita”» . —
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