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Traffico di hashish via mare: 8 anni ad un imprenditore

Donatella Francesconi
Traffico di hashish via mare: 8 anni ad un imprenditore

L’inchiesta della Dda di Bologna ha visto condannati anche due lidesi. La storia dello yacht “Iris”, ormeggiato a Viareggio, che poi diventa “Elizabeth G”

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VIAREGGIO. Quando i cani anti droga sono saliti a bordo della “Elizabeth G”, yacht Leopard battente bandiera olandese, ormeggiato nel porto di Varazze, sono impazziti per l’odore di hashish. Ma sulla barca i carabinieri della Compagnia di Savona non hanno trovato un grammo di stupefacente. Saltato poi fuori, nel settembre scorso, da un’autorimessa di viale Padova a Milano: dietro una parete murata sono stati ritrovati 1.100 chili di hashish e un grosso radar satellitare per barche. L’operazione coordinata dalla Dda di Milano ha un retroscena viareggino. Perché è nel nostro porto che lo yacht ha ormeggiato per lavori ai motori, con il nome di “Iris” prima di salpare per Varazze e cambiare nome, diventando “Elizabeth G”.

Lo permanenza della barca a Viareggio è stabilita dalla sentenza del Tribunale di Lucca che nel giugno scorso ha portato alla condanna di Edoardo Brunoro, 53 anni, e Stefano Masoni, 59 anni, entrambi ancora agli arresti domiciliari, nell’ambito di un’inchiesta sul traffico di stupefacenti tra Italia e Marocco, condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Bologna. Inchiesta cui si raccorda oggi quella della Dda di Milano che vede tra gli arrestati alcuni nominativi finiti nell’inchiesta della Dda bolognese, ed alla quale Brunoro e Masoni (titolare di un cantiere navale e dipendente) sono del tutto estranei.

Non lo è, però, l’imbarcazione finita nell’inchiesta milanese con il nome di “Elizabeth G”, uno dei tanti che lo yacht ha cambiato. Le condanne pesanti (8 anni per Brunoro) e (5 anni e 4 mesi per Masoni) sono state inflitte, infatti, in considerazione dell’opera di “svuotamento” dell’imbarcazione “Caffé del Mar” , spostata a Marina di Pisa dopo i lavori effettuati dall’azienda navale di Brunoro e nella quale furono poi ritrovati «124 pacchi di varie dimensioni, confezionati con nastro da imballaggio e contenenti hashish per un peso lordo di 2.965 chili», quasi 3 tonnellate. Ma anche per l’accusa che sul cantiere navale gravava di aver venduto la allora “Iris”, operazione che per il Tribunale di Lucca configura l’essersi messi a disposizione dell’organizzazione criminale.

La vicenda deve ancora approdare di fronte al giudizio della Corte d’Appello di Firenze (il difensore di entrambi gli imputati lidesi è l’avvocato Riccardo Carloni del Foro di Lucca) e la difesa avrà risvolti tecnico/navali significativi così come lo è stato in primo grado.

Ancora una volta, dunque, il porto di Viareggio si trova al centro di una vicenda di traffico di stupefacenti, così come fu qualche anno fa nel caso del gommone ormeggiato per una estate intera alla Madonnina e fermato in mezzo al mare, partito da Civitavecchia “imbottito” di hashish. —


 

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