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Frasi choc su Fb, la famiglia del cacciatore morto: non siamo pronti a perdonare

Cesare Bonifazi
Frasi choc su Fb, la famiglia del cacciatore morto: non siamo pronti a perdonare

La figlia del 61enne per infarto scrive agli autori dei commenti offensivi «Prima di giudicarlo dovreste sapere quanto amava la natura e gli animali»

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MASSAROSA. «Un fulmine», così Debora Checchi definisce l’improvvisa scomparsa del padre Giuliano, ucciso da un infarto durante una battuta di caccia . Lei si trovava in Garfagnana quando ha ricevuto la telefonata: da quel momento le parole, le facce, le ore si sono fatte confuse. «Al funerale ho visto solo ombre, mi hanno detto che c’erano tante persone», racconta. Non ha avuto neanche il tempo di elaborare la lunga serie di commenti choc arrivati su Facebook da parte dei detrattori della caccia: «Può darsi che faccia denuncia, non lo so. Non sono ancora pronta a perdonare».

Per mettere un po’ di ordine in questa difficile settimana ha preso carta e penna e ha raccontato suo padre che era sì un cacciatore ma era anche altro: «Sapete chi era mio papà? - l’incipit - Era l’uomo più buono del mondo, pieno di valori, che non giudicava mai nessuno. Era pacato, silenzioso, dolce, scherzoso e pensava sempre al bene di tutti. Ha sofferto tanto nella vita ma con forza ha sempre rialzato la testa ed è sempre riuscito a dare forza a tutti».

Debora si sofferma sull’amore per la sua famiglia: «Ha conosciuto mia mamma che erano ancora bambini e non si sono mai lasciati. Era bello vederli insieme. Tutti gli anni da quando era in pensione la portava in vacanza e lasciava a me a l’onere della gestione delle sue cose: perché i suoi animali avevano bisogno di cure giornaliere. Conigli, galline, fagiani, piccioni. Adorava gli animali e l’orto. Proprio sei giorni fa - racconta - aveva piantato 50 piantine di insalata. Curava i suoi alberi da frutto e le rose di mamma. Già, perché ogni anno ne regalavo una piantina a mia mamma e a prendersene cura c’era lui. Adesso ne abbiamo di tutti i colori: rosa, rosse, gialle, bianche. Rose colorate come l’anima di babbo».


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«Quando è morto - scrive Debora - era con il suo migliore amico e il figlio di un altro suo amico. Erano con lui ehanno fatto di tutto in quel momento. Dovreste vedere gli occhi di quell’uomo: in questi ultimi giorni l’ho abbracciato stretto talmente tante volte; e l’ho ringraziato tutte le volte. E lui ogni volta mi ha chiesto “ Perché mi ringrazi? Non ci sono riuscito! Se ce l’avessi fatta, lui sarebbe stato ancora con noi”. Sono giorni che il suo cagnolino abbaia a perdifiato, il suo “thiaghino”. Per lui era come un figlio: sul cellulare aveva più foto di lui che di me. Il mio fratellino peloso».

«Giuliano aveva tante passioni - continua - amava il suo lago, il padule e gli piangeva il cuore vederlo alla malora perché è nato e cresciuto qui. Mi ricordo da piccola che mi portava in barca con sé: lui in piedi, come facevano i vecchi, remava con un remo lunghissimo e io seduta davanti con uno più corto; io a destra, come mio nonno, lui a sinistra. Adorava stare nel bosco: cercava i funghi con il mio futuro marito (eh sì, il prossimo anno mi sposo e lui non potrà accompagnarmi all’altare). Ricordo quando gliel’abbiamo detto: mi ha abbracciato e mi ha sussurrato “hai trovato un bravo ragazzo”. Voleva un nipotino. Adorava i bambini: quando vedeva la bimba di mio cugino gli brillavano gli occhi. Io per mio figlio quegli occhi non li vedrò mai. Mi son sentita di scrivere queste parole per farvi conoscere mio padre, per farvi capire chi era. Ecco adesso potete giudicarlo».

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