In Giappone per “Leonardo”: «Porto i miei amici orientali a Viareggio»
Giuseppe Cellai, ingegnere di 34 anni, nel paese del Sol Levante si è sposato e ha una bambina
Dopo il Portogallo e la Germania la ricerca di giovani viareggini che vivono e lavorano all’estero ci porta in Giappone. Dove ha messo su famiglia Giuseppe Cellai, 34 anni, diploma al liceo Classico “Carducci”, di Viareggio e laurea a Pisa (triennale e specialistica) in ingegneria gestionale.
Cosa fai in Giappone?
«Dopo la laurea ho deciso, principalmente per curiosità, di iniziare il percorso di carriera fuori da Viareggio (pensando che sicuramente in futuro sarei tornato). Ho cercato e trovato rapidamente lavoro a Milano, in una società di consulenza dove sono rimasto pochi mesi prima di passare in Saipem. In Saipem, dopo un anno e mezzo in sede a San Donato Milanese, mi sono spostato su un progetto di costruzione di un impianto di trattamento gas nel deserto di Abu Dhabi. Lì sono rimasto 1 anno e mezzo, dopo il quale sono passato in AgustaWestland (Finmeccanica), ora Leonardo Divisione Elicotteri dove mi occupo di supporto ai clienti commerciali e governativi giapponesi, coreani e taiwanesi. Sono “Customer Support Regional Manager” responsabile del supporto ai clienti (civili e governativi) che operano i nostri modelli in Giappone, Corea e Taiwan. Il primo anno ho svolto il ruolo dall’Italia e poi sono stato distaccato all’ufficio di Tokyo dove abito da quasi 5 anni.
Il primo approccio con l’estero: studio o subito lavoro o entrambi?
«Ho avuto una breve esperienza estiva (1 mese e mezzo) come cameriere a Cambridge, a 18 anni, per imparare l’inglese ed anche un secondo tentativo semi-fallimentare a Valencia, l’anno dopo (dove ho cercato lavoro per 2 settimane ed ho lavorato solo 2 giorni). L’Erasmus alla Delft University of Technology (Olanda) è stata, però, l’esperienza più bella: abitavo in uno studentato ed ho passato sei mesi con persone che venivano da qualunque parte del mondo e con le quali sono ancora piacevolmente in contatto».
Come sei stato considerato in quanto italiano: ha avuto un peso (positivo/negativo) oppure niente?
«Personalmente, nettamente positivo. Vivendo fuori ci si accorge dell’ottima figura che riusciamo a fare all’estero. In generale, quando dico che sono italiano il primo effetto è sentire la lista delle città che la persona ha visitato o che vorrebbe visitare. La risposta “sono italiano” si presta sempre a proseguire la discussione perché tutti sanno qualcosa sull’Italia, che sia cibo, moda, sport, auto...».
Occupi un posto più alto nel tuo ambito lavorativo rispetto a quello di tuoi coetanei rimasti in Italia nello stesso settore?
«Non direi onestamente: la mia società è italiana e ci sono colleghi che fanno il mio stesso lavoro senza esser distaccati all’estero. In generale però, è assodato che il grado di autonomia che ci si aspetta da qualcuno distaccato all’estero è per forza di cose diversa da chi lavora in sede».
Vieni considerato giovane e quindi eternamente destinato ad imparare o hai la considerazione che la tua esperienza merita al di là dell’età?
«Nel mio caso specifico ho la fortuna di percepire che l’esperienza e le competenze sono riconosciute al di là dell’età. Se dovessi rispondere invece per le aziende giapponesi, posso certamente dire che le gerarchie e gli scatti sono molto spesso dettate in primo luogo dall’anzianità aziendale».
Costo della vita: puoi o potresti permetterti lì cose che qui non avresti potuto se non sul lungo periodo?
«Il costo della vita è sicuramente alto in Giappone. Ma il rapporto tra stipendio e costo della vita è migliore che in Italia».
Ti senti straniero in Giappone?
«In Giappone notoriamente si rimane per sempre stranieri (gaijin). Però Tokyo è un melting pot e personalmente mi sono sentito fin da subito ben integrato. Ho molti amici giapponesi ed in diversi sono già venuti a Viareggio in vacanza. Ovviamente ho dovuto fare qualche sforzo per adattarmi agli usi ed ai costumi che qui sono estremamente importanti ma sono rimasto sicuramente un viareggino».
Ti manca l’Italia? E Viareggio?
«Certamente. E faccio il possibile per rimanere in contatto con tutti, oltre a tornare tre-quattro volte l’anno a casa. In Giappone però sono molto felice: mi sono sposato quest’anno, mia moglie è giapponese ed abbiamo una bambina di 8 mesi che ci piace ricordare che presto dovrà convivere con alcune divertenti contraddizioni delle culture dei genitori. In futuro sono convinto, e sarò ben lieto, di tornare in Italia». —
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