Gioco
Sgominato il supermarket del lusso contraffatto
Denunciate 33 persone: producevano prodotti di marca identici agli originali e li vendevano anche alle mogli dei calciatori. «Era un’associazione a delinquere»
Riproducevano cinture e borse di Gucci, Ferragamo, Chanel, Louis Vitton, Dior e Prada alla perfezione. Così identiche alle originali che anche i periti della Guardia di finanza, ogni volta, faticavano e non poco, a trovare le differenze: il filo di un colore leggermente diverso, il dorato un po’ meno o un po’ più dorato... Per produrle, spesso, si affidavano ad aziende toscane che già collaboravano con le grandi case di moda. Manodopera superqualificata, insomma. Poi vendevano tutto alle ricche signore della Versilia, di Milano, Firenze, e altre grandi città. C’erano anche mogli di calciatori e donne in politica tra le clienti affezionate. E il rischio è che quelle borse e quelle cinture possano essere finite anche in qualche negozio multimarca in giro per l’Italia.
È il mega giro di contraffazione di lusso scoperto dalla Guardia di finanza di Viareggio, nell’ambito dell’operazione Seat Belts, coordinata dal tenente colonnello Filippo Capineri, che ha portato al sequestro di oltre 519mila pezzi tra merce falsa, punzoni, minuteria metalliche, oltre 1500 metri di stoffa, pellame, telefoni cellulari, pc, auto, e alla denuncia di 33 persone, di cui 29 italiani (toscani ed emiliani) e 4 stranieri (di cui 3 cinesi), per associazione per delinquere, contraffazione e ricettazione.
Due lunghi anni di indagini (aperte nel giugno del 2017), intercettazioni, pedinamenti, denunce e sequestri, in cui i militari, coordinati dalla procura distrettuale antimafia di Firenze, sono riusciti a ricostruire l’intera filiera produttiva e commerciale illecita che si snodava tra la Toscana e l’Emilia Romagna. Che era questa: i prodotti falsi venivano realizzati in nove aziende dislocate tra Prato e Firenze, in particolare all’Osmannoro. Alcune erano convenzionate con le grandi case di moda (all’oscuro di tutto), altre no. Tutte si prestavano a rifornire il mercato parallelo illecito, in cambio della loro parcella. I prodotti finiti, poi, venivano nascosti in magazzini sparsi nella due regioni, insieme al materiale utilizzato per produrli (stampi, stoffa, accessori). E infine veniva venduto, porta a porta o sul web, a prezzi sicuramente più vantaggiosi degli originali ma comunque a non meno di qualche centinaio di euro. La merce veniva venduta corredata di scatola, etichetta e certificato di garanzia, come gli originali. E questo spiega perché ci sono voluti due anni, alla Guardia di finanza, per unire i pezzi del puzzle. L’operazione – come spiega il tenente colonnello Capineri, ha permesso di «disvelare un’organizzazione criminale dedita alla produzione di articoli in pelle contraffatti di così elevata qualità che anche i periti hanno faticato a trovare le differenze».
La contraffazione, commenta il comandante provinciale delle Fiamme Gialle, il colonnello Massimo Mazzone, «viene spesso considerato un reato di serie b, anche dagli acquirenti. Ma non è così. La contraffazione danneggia l’economica. Perché danneggia le aziende, di conseguenza riduce il lavoro. Senza dimenticare che i proventi del commercio illecito, non rimangono in Italia». —
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