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Agenti sotto copertura per smantellare il giro dello spaccio in pineta di Ponente

Donatella Francesconi
Agenti sotto copertura per smantellare il giro dello spaccio in pineta di Ponente

Dieci in manette, tra loro anche una giovane viareggina che ha “lavorato” fino a tre giorni prima di partorire

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La pineta di Ponente, vero e proprio parco cittadino, prigioniera di gruppi di spacciatori organizzati ed in contrasto tra di loro. Luogo di svago per famiglie ma anche supermercato a cielo aperto per la vendita di cocaina ed hashish anche a minorenni. È il quadro che emerge dall’operazione antidroga messa a segno da Squadra Mobile della Questura di Lucca e Servizio centrale operativo della polizia di Stato, coadiuvati dal commissariato di Viareggio e con il supporto della Direzione centrale per servizi antidroga. «Una risposta importare di Procura e polizia di Stato», sottolinea il Procuratore capo di Lucca, Pietro Suchan (affiancato dai sostituti Aldo Ingangi ed Elena Leone) che ieri mattina ha illustrato l’esito delle indagini che hanno portato a 10 arresti.

Nove i provvedimenti a carico di cittadini marocchini, mentre ha patteggiato 8 mesi di carcere una giovane viareggina poco più che ventenne, «che frequentava stabilmente gli spacciatori». La donna, diventata madre nel luglio scorso, ha spacciato - così i riscontri della Squadra Mobile diretta da Silvia Cascino - «in stato di gravidanza, fino a tre giorni prima del parto». La stessa, così è stato spiega ieri mattina, «si era proposta in più occasioni di cedere grossi quantitativi di stupefacente».

Tra gli arrestati nel corso dell’operazione - che rientra nel progetto “Pusher 3” avviato dallo Sco in più città italiane (come ha spiegato ieri il vice Questore e funzionario dello Sco, Luigi Bovio) - anche lo straniero che era in compagnia di Mustapha Rami, la notte dello scorso febbraio quando il marocchino ventenne aggredì un agente del commissariato di Viareggio, mandandolo in ospedale con un gravissimo trauma carico e facciale.

I gruppi di spacciatori al lavoro anche nel cuore della notte e considerati molto pericolosi sono stati denominati “Via Digione”, “Bocciofila”, “Supermercato”, “Tennis Club”, come i luoghi “storici” dello spaccio nel parco di Ponente. Gruppi in contrasto tra di loro, tanto che gli inquirenti parlano apertamente di «conflittualità» riconducendo in questo quadro anche l’omicidio in Passeggiata, nel pieno pomeriggio del 10 marzo 2016. Gruppi i cui componenti - per la maggior parte stranieri irregolari sul territorio italiano ma anche richiedenti asilo, alcuni dei quali presenti da lungo tempo ed anche già espulsi - erano pronti a contendersi fino all’ultimo cliente.

Orario di lavoro dal pomeriggio fino a notte inoltrata, un sistema collaudato di vedette in biciclette (come più volte testimoniato dai servizi del Tirreno), una media di 20/30 cessioni di stupefacente al giorno per ciascun gruppo, una divisione netta dei compiti per cui «chi ha le dosi non è quello che tiene la droga e la confeziona», ha spiegato la dirigente della Mobile, Cascino, affiancata da Giovani Calagna, vice dirigente del commissariato di Viareggio. «In alcuni casi, però», così i riscontri delle indagini, «gli spacciatori si sono trovati a confezionare le dosi davanti ai clienti a causa del grande afflusso di acquirenti». Il quadro complessivo è quello di un facile reperimento dello stupefacente, «in tempi brevissimi ed in via continuativa, per apprezzabili quantitativi di droga destinati alla distribuzione a giovani acquirenti».

Una fotografia minuziosa dello spaccio nel parco cittadino alla quale si è arrivati - ha voluto sottolineare il Procuratore capo - «grazie all’utilizzo di personale di polizia sotto copertura, non conosciuto dagli spacciatori». I poliziotti messi a disposizione dallo Sco hanno chiesto di acquistare coca ed hashish «e la droga gli è stata puntualmente fornita». Gli arresti sono stati in parte differiti, in accordo con la Procura, consentendo alle indagini di fornire i presupposti più solidi per ottenere dal Gip le misure cautelari che sono arrivate. Il materiale raccolto è stato poi implementato con indizi acquisiti con metodologia tradizionale, come servizi in borghese o l’ascolto di testimoni.

Pietro Suchan, prossimo a lasciare la Procura di Lucca per andare in pensione, ha rimarcato che non è stata ravvisata, nel corso di questa indagine, l’azione di «un gruppo consolidato» tale da far ipotizzare che lo spaccio scoperto appartenga ad una situazione in cui si possa parlare di «criminalità organizzata». —

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