Finanza
Viareggio: non c'è calcio senza lo stadio
La fine era segnata da mesi. E chi oggi si meraviglia per l’ingloriosa scomparsa del calcio a Viareggio era quantomeno disattento. Se non in malafede. Già, perché il destino della squadra che per un secolo tondo tondo ha rappresentato la città – che si chiamasse Viareggio calcio, Esperia o Viareggio 2014 - era tristemente chiaro da tempo. E fra débâcle sportive (vedi l’ultima, grottesca retrocessione) e figuracce societarie in serie (la telenovela della mancata iscrizione all’Eccellenza) la storia a tinte bianconere non poteva che finire così. Miseramente. Con l’aggravante che tutto è deflagrato proprio nell’anno in cui doveva essere festeggiato - in ben altro modo - il compleanno numero 100.
Diciamolo subito: l’ultima compagine societaria Squadrilli-Volpi ci ha messo moltissimo del suo. Poco prima di Natale ha preso in mano una squadra che navigava verso una salvezza più che tranquilla e – grazie ad una serie di scelte tecniche suicide - è riuscita a inanellare una serie di risultati negativi che l’hanno fatta sprofondare in classifica. A completare la frittata il pressappochismo di chi avrebbe dovuto leccarsi le ferite e ripartire: prima il goffo tentativo di un ripescaggio a cui nessuno ha mai davvero creduto, poi l’incapacità gestionale di chi non ha saputo compilare correttamente neppure una domanda di iscrizione al campionato a cui avrebbe avuto diritto.
Sarebbe riduttivo, però, imputare tutte le colpe soltanto a chi ha gestito (male) la società. E qui entra in campo un altro fattore che è stato altrettanto decisivo per la scomparsa del calcio in città. E – cosa ancor più preoccupante – che rischia di essere determinante anche nella mancata rinascita di una nuova società. Perché l’inizio della fine è in qualche modo coinciso con la chiusura dello stadio dei Pini. Un bubbone che forse doveva in qualche modo esplodere, ma che è stato gestito dall’amministrazione comunale – e in primis dal sindaco Giorgio Del Ghingaro – come forse peggio non si poteva fare. Fra promesse puntualmente rimangiate, cantieri mai partiti e giustificazioni “giudiziarie” che si sono rivelate alibi fasulli. E ancor oggi l’impianto sportivo più glorioso della città resta tristemente abbandonato a se stesso. Con la probabilità – che è praticamente una certezza – che anche la prossima edizione della Viareggio Cup si giocherà ovunque tranne che a Viareggio, con inevitabili ricadute anche sull’economia cittadina.
Da dove ripartire, allora? Con un puzzle così sgangherato, intravedere una via d’uscita per il calcio a Viareggio è davvero un’impresa. La storia, però, dovrebbe in qualche modo aiutare ad orientarsi. L’ultima società bianconera degna di questo nome - leggi l’Esperia di Stefano Dinelli - era formata da un gruppo di imprenditori del posto che ci mettevano la faccia animati da un (incosciente?) entusiasmo. Ma il giocattolo si ruppe proprio quando si cercò di risolvere una volta per tutte la questione dello stadio. Ecco perché, prima di pensare ad un futuro per il calcio, occorre risolvere una volta per tutte il nodo dello stadio. —
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