Il Tirreno

Versilia

Giovanni Raffaelli trasforma in opere d’arte le immagini della memoria

Adolfo Lippi

Si inaugura domani al Palazzo delle Esposizioni di Lucca  la mostra antologica dell’artista viareggino  

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IL RITRATTO



Domani alle 18 al Palazzo delle Esposizioni, in piazza San Martino in Lucca, si inaugura una mostra dell’artista viareggino Giovanni Raffaelli. La mostra si intratterrà per tutto il mese di settembre. Giovanni Raffaelli presenta più di sessanta opere, una vera antologica, che benissimo spiegano il suo percorso di vero e proprio collezionista di immagini, da particolari ex voto a caleidoscopici reliquari, dai sigilli ai sacro cuori, da archeologiche riscoperte di sopite classicità a modernissimi squarci di attivismo politico. Poiché qua appare uno spagnolesco e sanguinante Cristo là un Lenin redivivo e fiammeggiante, dove un Adamo ed Eva comunicanti, dove foto di espressiva natura.

Siamo, con Raffaelli, nel mondo invasivo ed evasivo della Pop Art così come lo scoprirono numi americani quali il pittoresco Andy Warhol e l’evanescente Jasper Jones, o pittori italianissimi come Tano Festa e Giuseppe Guerreschi.

L’arte versiliese, da Lorenzo Viani fino a Mario Marcucci, anche attraverso la lezione di classici eterni come Carlo Carrà o Ardengo Soffici fu sempre una arte di immagini povere ma poetiche, scarne ma significanti.

L’immaginario di pittori quali Renato Santini ripreso benissimo da più giovani Altemura, Geri, Dolfi, Fornaciari, Di Giorgio, evitò ed evita l’espandersi della fantasia; resta attaccato alla semplicità delle cose, squarci di paesaggi identificati nel quotidiano riconoscibile a chiunque.

Invece a partire da personalità quali Danilo Di Prete o Mario Francesconi infine Giovanni Raffaelli si esce dal realismo spicciolo, sentimentale, identitario, per addentrarsi nelle icone del consumo di massa, sconvolgendone l’ordine, di modo che la memoria fa vivere ed assembla cose che di per sé non sono oggetti interessanti per l’arte (della tradizione) ma dove, nelle tele e nelle sculture, non si butta via niente e tutto ha dignità di conservazione.

Giovanni Raffaelli, che nella vita ha fatto tanti mestieri, dal marinaio al bagnino, dal massaggiatore (e massaggiò a Roma dive famosissime) ad antiquario raffinato, è stato a contatto, a Milano come a Roma, con le avanguardie degli anni sessanta, Gianni Dova, Emilio Scanavino, Arturo Carmassi, con i pittori della nuova figurazione, emigrati a Nord, come Martinelli, Luporini, Andolina, fu sodale di Antonio Possenti in una Lucca che disconosceva il naturalismo post-macchiaiolo per entusiasmarsi alle favole ed al surrealismo magico. E da queste vere e proprie avventure scolastiche ne ha riportato un gusto quasi morboso alle memorie.

Così questa mostra che inizia domani a Lucca, nello spettacolare scenario del Palazzo delle Esposizioni, sede imperante della Banca del Monte di Lucca, è una vera e propria rilettura enciclopedica di un passato che parte dalla fine della seconda guerra mondiale, con miti e riti tantissimo richiamati, per giungere ai giorni nostri. Spalancati, non a caso, dal corso di un raro rinoceronte azzurrino ripreso da un’incisione di Albrecht Dures, simbolo ed icona della mostra di Giovanni Raffaelli. —



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