Il Tirreno

Versilia

Margherita Loy racconta la sua Versilia: «Io, Cesare Garboli e mamma Rosetta»

Cesare Garboli con Rosella Loy
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Cesare Garboli con Rosella Loy

La scrittrice e il suo rapporto con il presidente del Viareggio: «Nella sua villa a Vado si respirava aria di cultura vera»

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VIAREGGIO. Un cognome cortissimo, di sole tre lettere: Loy. Loy era Giuseppe, un intellettuale poeta, morto a soli 53 anni nel 1981. Loy suo fratello Nanni, che negli anni ‘70 alla Rai ha firmato trasmissioni come “Specchio segreto”. Loy è Rosetta, scrittrice, vincitrice per due volte del Premio Viareggio e poi compagna di Cesare Garboli, a sua volta presidente del Premio Viareggio. Loy è anche Margherita, una dei quattro figli di Rosetta e Giuseppe: quella che, oltre al cognome, ha ereditato dai genitori l’amore per la letteratura. Respirato in famiglia, a Roma e poi – come un filo che si dipana e magicamente si ricongiunge - a Vado, a casa di Garboli, dove Margherita ha letto libri, ascoltato conversazioni, incontrato la cultura attraverso gli amici di Cesare. In libreria con il suo primo romanzo Una storia ungherese (Atlantide) con il quale ha vinto il Premio della Società dei lettori Margherita Loy – che oggi vive sulle colline di Lucca - ha appena concluso il suo secondo romanzo, una nuova storia tutta al femminile in uscita in autunno, in cui racconta anche la sua Versilia. 

L’ARRIVO A CAMAIORE

«Arrivo a Camaiore nel settembre 1991 e vado via nel settembre del Duemila. Nove anni: arrivo con una bambina di tre mesi da una casa in affitto a Lucca dove viveva mio marito Nicola prima di incontrarmi, ospite di una mecenate, Immacolata Rossi di Montelera (ho curato una voce per l’enciclopedia delle donne su di lei). Io volevo vivere in Toscana anche se stavo facendo un dottorato di ricerca in letterature comparate alla Sapienza dopo la laurea con Asor Rosa. Decisi di fare la spola tra Camaiore e Roma. Così cercammo di trovare una casa più grande: ci stabilimmo a Camaiore, a Gallena».

GLI ANNI DI VIDEOMUSIC

«Dopo il dottorato, ho cominciato a lavorare a Videomusic al Ciocco dove conducevo un programma sui libri dal titolo “Metropolis”. Intervistavo gli scrittori italiani: ho incontrato Mario Soldati, Cesare Garboli , Sandro Veronesi, Emanuele Trevi (quest’anno nella terzina del Premio Viareggio Rèpaci, ndr). Soldati venne grazie a Garboli: era già molto anziano. Mi ricordo che si addormentò durante la trasmissione. Poi Videomusic fu venduta a Cecchi Gori, che dopo un anno la chiuse. Io avevo avuto altri due figli e mio marito lavorava da Garboli, che gli aveva offerto uno studio nella sua casa di Vado, quella che ora è la Brilla».

LA VITA A CAMAIORE

«Ogni tanto veniva mia mamma: andavo a trovarla e la sera magari cenavamo insieme a Viareggio “da Giorgio”. Sono stati gli anni in cui ho cominciato a lavorare a Radio Tre. La vita di Camaiore era una vita estremamente semplice, apparentemente periferica: un piccolo centro ben collegato. E poi la casa di Cesare era sempre animata da persone interessanti: non sentivo nessuna forma di marginalizzazione topografica rispetto alla vita romana. Degli anni di Camaiore ricordo la grande piacevolezza nella gestione della famiglia, grazie anche a tante persone del paese generose e disponibili».

ALLA BRILLA CON CESARE

«Cesare non faceva mai cene. Si andava sempre fuori: quando lui aveva un ospite magari ci telefonava e ci diceva: “Allora stasera si va da Giorgio a mangiare un pescetto!”. È così che ho conosciuto Carlo Cecchi, Giorgio Amitrano, che poi sono stati i suoi esecutori testamentari e suoi eredi; Emanuele Trevi, che già conoscevo da Roma, a Cesare ha dedicato una parte del libro Sogni e favole (Ponte alle Grazie), dove racconta il loro incontro e molte cose sulla casa di Garboli. A Vado c’era un viavai di giovani letterati : Cesare spiazzava sempre tutti, perché era capace di accogliere uno scrittore sconosciuto e uno famoso allo stesso modo».

CULTURA MA NON CASTA

«A Vado non si respirava mai un’atmosfera snob, di cenacolo. Era la casa di Cesare, con tante persone che gli giravano intorno, da cui ogni tanto doveva anche difendersi. Garboli non dava mai l’idea di qualcuno che reputasse i propri spazi come qualcosa di inviolabile. A volte , quando ero malinconica lo chiamavo chiedendo di andare a trovarlo, lui mi accoglieva nel suo studio: mi sedevo sulla poltrona e lo osservavo lavorare, poi prendevamo un tè. Mi diceva: leggi questa poesia. Poi mi proponeva un libro e mi chiedeva spiegazioni del mio stato d’animo. Mi ricordo questo senso di accoglienza e di ascolto, mai inquinato dal fatto che lui fosse una personalità così importante. Con lui non si poteva essere diversi da quello che si era».

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CON ROSETTA

«Poi c’era anche il piacere dell’arrivo di mia madre. Non una dimensione familiare perché Cesare aborriva la famiglia: credo che detestasse i legami stabiliti a priori, i vincoli. Mi ricordo quindi le cene da Giorgio, da Emilio e Bona e la sua capacità di mettere l’intelligenza al servizio di qualsiasi argomento. Non c’era mai il presupposto di dover parlare di letteratura a tutti i costi: anzi era curioso di tutt’altro, più interessato a ciò che avevi mangiato il giorno prima piuttosto che a ciò che avevi letto».

LA LEZIONE DI CESARE

«Cesare mi ha insegnato la letteratura non come discrimine o arma di potere rispetto al prossimo. Con lui non sentivi mai di appartenere ad un élite e nelle sue scelte relazionali prediligeva l’aspetto umano a quello intellettuale. Anche abitare a Vado nasceva dal bisogno di non far parte di alcuna consorteria. E’ sulla metodologia dei rapporti con la letteratura che la lezione di Cesare è stata per me concreta: quell’indipendenza, autonomia di giudizio, capacità di leggere i testi in modo libero, coerente e creativo al tempo stesso».

L’AMORE PER L’OPERA

«Un’altra passione che Cesare mi ha trasmesso è stata l’amore per l’opera che lui adorava: sapeva a memoria intere romanze. Mi diceva: “Zitta, senti questo pezzo, zitta, senti …”. Aveva la capacità di suscitare, attraverso il suo entusiasmo, la curiosità di andare a scoprire ciò che lui amava. Così come tutte le poesie che aveva appese nel suo studio: ce ne era una di Giacomo Noventa che mi recitava continuamente, dimenticandosi di averlo fatto il giorno prima. Quando declamava passi di Molière o di Dante, li rendeva opere vive. Non avevo la percezione della sua grandezza come ce l’ho adesso. Oggi posso dire che era molto più che un critico: era un traduttore, un uomo che sapeva mettere la sua creatività al servizio dei grandi scrittori e dei grandi capolavori, tirandone fuori l’anima».

CARATTERE BURBERO

«E’ vero, l’ho visto fare delle sfuriate spaventose: a me, a mia madre che una volta mi chiamò per dirmi di portarla subito in stazione perché voleva tornare a Roma. Aveva delle rabbie cieche che facevano paura: gridava, perdeva le staffe ma poi non restavano strascichi. Non si scusava mai però. Anche a me fece una parte tremenda mentre lo accompagnavo a Lugano a fare la chemioterapia. Era irascibile: capace di aggredire critici acclamati per difendere uno sconosciuto che gli aveva inviato quattro poesie».

L’INCORAGGIAMENTO

«Sono molto grata a Garboli: se non è stato tanto il mio maestro nelle scelte letterarie, che devo a mio padre, sicuramente quando gli ho dato da leggere i miei primi scritti, lui mi ha incoraggiato tantissimo. Mi ha pubblicato alcuni racconti su Paragone con lo pseudonimo Margherita Sanjust , cognome della mia nonna paterna. Gli ultimi due anni di Camaiore ho soprattutto scritto racconti, poi nel 2003 ho avuto l’idea di realizzare libri d’arte per i bambini».

CAMAIORE NEI ROMANZI

«Nel romanzo che ho appena finito di scrivere, (uscirà in autunno e avrà per titolo un verso di René Char) c’è una parte ambientata proprio a Camaiore. Protagonista è una donna con una neonata di due mesi. Nel libro si alternano tre voci femminili, di cui due sono legate alla Versilia. Anche in Una storia ungherese tutto ciò che riguarda la campagna l’ho preso dall’esperienza con la natura che ho avuto prima a Camaiore e poi a Lucca». —

B.M.C.

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