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Carnevale di Viareggio

Carnevale di Viareggio, i carristi ricordano l’Arnaldo "furioso"

Simone Pierotti
Carnevale di Viareggio, i carristi ricordano l’Arnaldo "furioso"

Umberto Cinquini: «È stato uno dei miei idoli di gioventù» Il nipote Fabrizio: «Fa parte della storia della mia famiglia»

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VIAREGGIO. «Quest’anno faccio un carro sull’idolatria, ma devo dire che anch’io ho avuto i miei idoli in gioventù. E Arnaldo Galli era certamente uno di loro». Proprio così. E il decano dei maghi della cartapesta non è stato solo questo per il costruttore Umberto Cinquini: per un paio d’anni lui e il fratello Stefano sono stati in società con Arnaldo. Una convivenza problematica, a dispetto del secondo e del terzo posto conquistati rispettivamente nel 1992 e nel 1993, che Cinquini racconta dettagliatamente nel suo libro Sono solo mascheroni. «Lavorare a stretto contatto con un genio, e Arnaldo certamente lo è stato, non è semplice – prosegue Cinquini –. Ma al di là dei momenti difficili fu un’esperienza comunque formativa. Cosa lascia al Carnevale? L’aver sperimentato continuamente e proposto strutture sempre nuove. Era bravissimo nelle caricature e come diceva lui, non colorava i carri: li pitturava. Ricordo, poi, quando un anno fa ci ha consegnato la statuetta per la nostra vittoria in prima categoria: “Ve ne mancano ancora diciannove per raggiungermi, hai voglia di be’ ova”… doveva sempre infilarcisi anche quando non si parlava di lui».

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Chi ha condiviso hangar e gioie con Arnaldo è Corinne Roger: fu a lei e all’inseparabile compagno Gilbert Lebigre che il vecchio costruttore si rivolse nel 2003 per provare a vincere il ventesimo primo premio, arrivato subito con la Ballerina. Secondo la vulgata, Arnaldo fu però tra quelli che a fine anni Ottanta contribuì a far allontanare i Lebigre dal mondo della cartapesta. Corinne preferisce concentrarsi su altri ricordi: «Mi regalò un libro con tanto di dedica. Aveva l’aria burbera, ma era tra i pochi carristi che riconosceva il mio lavoro. All’epoca non era facile per una donna essere accettata in questo ambiente. Quando ci chiamò nel 2003 per me fu un’occasione da non perdere. E avevo ragione: con Arnaldo nacque un connubio artistico straordinario».

Genio e sregolatezza: così lo definisce l’ex costruttore Enrico Vannucci. «Ogni parola su di lui è superflua – chiosa Vannucci –: gli ho sempre ribattuto che non ha vinto venti primi premi, ma diciannove perché nel 1963 non fu assegnato: “Contali”, mi rispondeva furioso. Ore e ore di interminabili discussioni». E non mancarono attriti: «Ci fu una lite con me e mio padre Bocco sui lavori per la cerimonia d’apertura di Italia ’90 e i rapporti furono tesi per qualche tempo. Poi nel 1995, quando feci “L’anno del biscione”, ricordo che dal suo baraccone fissava continuamente il mio carro: alla fine venne Ivano Nocetti della Fondazione Carnevale a dirmi che ad Arnaldo era piaciuta l’impostazione che avevo dato. Anche se…». Anche se? «…Aggiunse che certi azzardi dovevamo lasciarli solo a lui. Arnaldo era così».

Con lui si chiude un’epoca, quella dei vecchi maghi della cartapesta. E per Fabrizio Galli è l’addio più difficile, perché Arnaldo era soprattutto il fratello di papà Renato: «Fa parte della storia della mia famiglia e i rapporti con i parenti sono a volte conflittuali, a volte sereni – dice Galli –:per me è sempre stato un esempio da seguire. Il suo hangar numero uno in via Marco Polo era uno di quelli dove passavo più tempo ed è lì che ho pigiato la mia prima forma di cartapesta. Negli anni Novanta siamo stati rivali, cercavo di superarlo e qualche volta ci sono riuscito: ha avuto anche parole di elogio per me, tutt’altro che scontate, quando ho realizzato le statue per la Cittadella e soprattutto il carro Barbarians. Era entusiasta, mi disse che non aveva mai pensato a una soluzione artistica come una statua rovesciata. Secondo qualcuno sono mezzo Arnaldo e mezzo Renato...».

 

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