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L’avvocato del dottor cannabis: «Lui vittima di un errore»
Secondo il legale i venti chili di canapa trovati dai carabinieri in casa di Cinquini sono il residuo del sequestro di giugno. «Carcere misura eccessiva»
forte dei marmi. Al suo avvocato, ha detto di essere «vittima di un errore» Fabrizio Cinquini, il chirurgo vascolare versiliese che da una ventina d’anni sta portando avanti la sua battaglia per l’uso della cannabis a scopi terapeutici.
Martedì è stato nuovamente arrestato, insieme alla moglie Lucia Pescaglini, per venti chili di canapa che i carabinieri hanno trovato nella sua casa di Querceta durante una perquisizione disposta dal pm Salvatore Giannini per una vecchia indagine.
«Il mio cliente sostiene che quella canapa sia un residuo delle piante non sequestrate dai militari a giugno. Quindi sempre cannabis light e legale», spiega a Il Tirreno Carlo Alberto Zaina, l’avvocato che da anni segue Cinquini, processo dietro processo.
Non è la prima volta, infatti, che il medico finisce alla sbarra. A febbraio è stato anche condannato in via definita a due anni e otto mesi, per la coltivazione di 227 piante di marijuana che lui stesso aveva denunciato. Eppure ha continuato a coltivare piante di canapa alla luce del sole. Non a caso è stato soprannominato dottor Cannabis (che è anche il nome del suo libro autobiografico), diventando un leader nel mondo anti-proibizionista.
Lo scorso giugno, però, per lui (e questa volta anche per la moglie) sono iniziati nuovi guai giudiziari. I carabinieri lo hanno fermato a un posto di blocco a Pietrasanta con 30 grammi di marijuana.
I militari sono stati costretti a perquisire la sua casa di Querceta e lì hanno trovato 60 piante di canapa (senza infiorescenze) e altri 82 chilogrammi di cannabis su cui la procura di Lucca ha disposto accertamenti per capire se contenessero un livello di Thc tale da considerarla illegali (i risultati non sono ancora arrivati).
Sono stati arrestati entrambi, Cinquini e moglie, anche se poi il giudice li ha rimessi in libertà con il solo obbligo di firma per il primo.
La perquisizione di lunedì è stata eseguita sulla scia di questa indagine. Ma, questa volta, per loro si sono aperte le porte del carcere. Devono rispondere (nuovamente) di coltivazione, detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti.
«La misura adottata mi appare indubbiamente oltremodo ed eccessivamente severa per entrambi – dice Zaina, assistito in questa fase dall’avvocato lucchese Stefano Franchi –. Inoltre il mio assistito si dice vittima di un errore degli inquirenti ed è quello che dimostreremo. Quelle piante erano già in casa a giugno e sono rimaste lì, non sono state sequestrate». —
Melania Carnevali
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