Gioco
Quell’alba vigliacca del 22 ottobre ’75 in cui furono uccisi tre poliziotti
Giovanbattista Crisci, unico superstite della strage di Querceta, racconta la tragedia in un libro-verità
adolfo lippi
Può una vita diventare un libro? Sì, se, come nel caso di Giovanbattista Crisci, già maresciallo di Pubblica Sicurezza a Viareggio, la vita si è spesa tra avvenimenti tragici e clamorosi, attività esemplari, insigni riconoscimenti e spettacolari meriti sportivi. Poiché Crisci è stato attore e testimone, serio professionista e sindacalista efficientissimo. E s’è meritato una medaglia d’oro al valor civile, una medaglia d’oro quale vittima del terrorismo, una medaglia di argento al valor militare, l’onorificenza di cavaliere ufficiale al merito della Repubblica, una stella d’oro al merito sportivo. E via. Di questo ed altro racconta un libro dal veemente titolo Un’alba vigliacca che verrà presentato il 10 agosto alla Versiliana.
L’alba “vigliacca” che fa da definizione alla spericolata vita di Crisci fu quella del 22 ottobre del 1975 quando, sotto i colpi di due malfattori vennero uccisi in un casolare della località Montiscendi (Pietrasanta) tre agenti di pubblica sicurezza - Giovanni Mussi, Giuseppe Lombardi e Armando Fermiano - e il medesimo Crisci venne seriamente ferito sicché stette poi mesi tra la vita e la morte.
Quella che poi venne chiamata “la strage di Querceta” è ancora oggi viva nella memoria della gente. Perché fu un’esecuzione efferata ma anche un caso militare e politico. Militare perché, come nell’attuale vicenda del carabiniere barbaramente ucciso a Roma, gli agenti furono presi alla sprovvista da una reazione criminale e spietata. Politico perché uno dei malfattori, Massimo Battini, dopo la resa, in Tribunale, si proclamò prigioniero politico e si disse appartenere al gruppo “Lotta armata per il comunismo”. Nel libro l’intera vicenda è ben narrata e documentata. Con la riproduzione ricca e precisa degli atti processuali e delle sentenze che stabilirono per i colpevoli la pena dell’ergastolo (poi commutato in 30 anni, poi commutato in 20 anni).
Dunque che accadde in quell’alba versiliese di primo autunno? Accadde che una ventina di agenti, allertati che in un casolare potevano esserci dei delinquenti (e tali erano il giovanissimo Giuseppe Federigi e l’evaso e pericolosissimo Massimo Battini, autori di furti e rapine), si appostarono e circondarono un casolare dove abitava la famiglia dei Federigi (con madre, sorella e figli piccoli di costei). Crisci assieme ai colleghi Mussi, Lombardi, Fermiano, proclamatisi agenti di Polizia, entrarono nell’edificio e vennero affrontati dal Federigi appena svegliato, ancora in mutande. Il giovane chiese loro il permesso di rientrare in camera per vestirsi. I poliziotti lo attesero, nessuno mise mano ad armi, poi spazientitisi del ritardo tentarono di entrare nella camera ma da qui li raggiunse un’improvvisa sventagliata di mitra che uccise subito i tre agenti. Dalla camera uscì poi armatissimo il Battini che, non pago delle morti, infierì sui cadaveri e ferì mortalmente Crisci che era ancora illeso. Battini e Federigi, sempre sparando, uscirono poi nel cortile ma qui furono circondati dagli altri poliziotti e finalmente presi.
La strage allibì un’intera regione. L’Italia intera fu informata dai telegiornali. Ma erano anni durissimi, i fatidici “anni di piombo”. Sicché seguirono interminabili processi conclusi con condanne esemplari. Battini tuttavia, che si disse prima “prigioniero politico” poi “pentito”, nel Duemila se ne poté tornare a casa. Così, anche prima, Federigi. Restarono in Crisci le ferite e dei poveri morti il ricordo. Che però Crisci rese attivo infatti egli da benemerito sportivo ideò, grazie all’appoggio dell’indimenticato senatore Paolo Barsacchi, una magnifica manifestazione di nuoto alla quale partecipò più oltre anche la splendida e bravissima Federica Pellegrini.
Di quell’alba vigliacca esce oggi dunque un libro. Il vitale ed ancor attivissimo Giovambattista Crisci, mette in storia anni e vicende che videro anche la Versilia in prima linea dai fatti de “La Bussola” al caso “Lavorini”, delle efferate Brigate Rosse (anche qui presenti) alle sperimentazioni sindacali dei corpi di polizia (fino a lì malamente difesi nel mestiere), e completa con la diretta testimonianza, una parte della più ampia storia nazionale che ancora oggi, ahimè, risente di quelle sventurate stagioni. —
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