Gioco
Accusato di usura, assolto perché «il fatto non sussiste»
La decisione della Corte di Appello di Firenze per un viareggino che in primo grado era stato ritenuto colpevole
VIAREGGIO. Assolto «perché il fatto non sussiste»: così si è espressa la seconda Sezione penale della Corte di Appello di Firenze, giudici Angela Annese, Silvia Mugnaini e Sandro Venarubea nei confronti di un viareggino - Mauro Manfredi, 66 anni - imputato per usura aggravata. Nel 2015 il Tribunale di Lucca aveva condannato Manfredi a 2 anni e 10 mesi e 10.000 euro di multa. Le accuse mosse dalla Procura di Lucca a suo carico erano relative ad un prestito di denaro nei confronti di due imprenditori, nel 2009. «Il mio cliente è stato assolto con formula piena», sottolinea l’avvocato Fabrizio Bartolini, «e con una sentenza emblematica su come si è proceduto con le accuse» nell’indagine portata a termine dalla Compagnia dei carabinieri di Viareggio.
Un ruolo determinante nel formare il convincimento dei giudici di secondo grado - così si legge nella sentenza - lo ha avuto il comportamento in Tribunale dei testimoni, ovvero delle parti considerate “usurate” da Procura e Tribunale di Lucca: «La decisione - scrivono i giudici fiorentini - si è basata sulle deposizioni delle due persone offese, le cui dichiarazioni sono risultate lacunose, generiche e a tratti contraddittorie rispetto a quanto riferito in sede di indagini. Il che non consente di ritenere chiariti i rapporti che hanno avuto con l’imputato e, di conseguenza, i reali termini in cui si sono verificate corresponsioni di denaro dall’uno agli altri». In una vicenda complessa che ha visto Manfredi fare da garante per un prestito acceso da una persone vicina ad uno dei suoi accusatori, «prestito che poi si è ritrovato a dover pagare lui stesso», sottolinea il difensore. «Non risulta da nessuna fonte di prova», continua la sentenza, «che quel finanziamento fosse stato richiesto (come ritenuto dal Pm) per poter restituire all’imputato il denaro da lui prestato ad usura. Anche perché non avrebbe senso che un usuraio ( per lo meno un usuraio accorto) si faccia garante di un prestito di decine di migliaia di euro per poi ritrovarsi non solo privo del rimborso di quanto erogato alla presunta vittima ma, oltretutto, obbligato con la banca nel caso di mancata restituzione del finanziamento da parte del debitore principale». Secondo i giudici di secondo grado, «la presunta persona offesa, che aveva convinto Manfredi ad esporsi con la banca, aveva un forte interesse (economico) a spacciarsi per vittima di usura, invece che per un individuo che aveva fraudolentemente coinvolto sia la propria fidanzata che il proprio amico in una speculazione andata male».
Insomma, è la conclusione dei giudici d’Appello, «che Manfredi prestasse soldi ad una molteplicità di soggetti può essere ritenuto provato dall’esito delle perquisizioni e dalle stesse dichiarazioni rese dall’imputato in occasione del suo esame. Invece, che praticasse interessi usurai ed adottasse, per la riscossione, metodi violenti ed intimidatori è rimasto un mero sospetto che non ha trovato riscontro nell’esito dell’istruttoria dibattimentale».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
