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Delitto Romanini, confermato l'ergastolo al cugino

Delitto Romanini, confermato l'ergastolo al cugino

L'imprenditore di Camaiore secondo la Corte d'assise d'appello è il mandante dell'omicidio di Stefano. I familiari: "Ora dica chi ha sparato"

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CAMAIORE.  In aula, ha letto le sue dichiarazioni spontanee scritte a mano su un foglio A4. Ha detto di essere innocente, di essere stato incastrato. Ma Roberto Romanini non ha convinto i giudici della Corte d’assise d’appello che gli hanno confermato la pena all’ergastolo per l’omicidio del cugino Stefano, freddato sotto casa con quindici colpi di pistola il febbraio del 2011. A otto anni di distanza, il killer che ha premuto il grilletto ancora non si sa chi sia. Mentre il mandante del delitto, anche secondo i giudici di secondo grado, è lui. Il pm
Fabio Origlio ha sempre sostenuto che avesse un doppio movente: fargli pagare i buchi della Rb escavazioni, società di movimentazione terra che aveva messo in piedi assieme al cugino, e che poi Stefano aveva lasciato con centinaia di migliaia di euro di pendenze; e una polizza di assicurazione da 600mila euro, con beneficiari i soci della Rb. Roberto Romanini, che ha 68 anni, si trova già in carcere a Massa dove sta scontando una pena a sedici anni per sequestro a scopo di estorsione di un ex socio in affari.

Il difensore Luigi Fornaciari Chittoni annuncia ricorso in Cassazione e non aggiunge altro: «Aspettiamo le motivazioni per commentare». Non aspettano invece i familiari che, per prima cosa, ringraziano «il nostro avvocato (Pardo Cellini), il pm Origlio e tutta la squadra mobile di Lucca per l’ottimo lavoro di squadra che hanno fatto, per averci ridato fiducia nella giustizia». E non aspetta nemmeno la vedova di Stefano, Giuliana Pellegrini, fino ad oggi rimasta quasi sempre in silenzio, aspettando mese dopo mese, anno dopo anno, cercando di farsi forza per non mollare, questo giorno. Aspettando questa sentenza («perché siamo convinti che la Cassazione non farà altro che confermare la pena»). Una sentenza che non ridà un marito, non ridà il braccio di un padre per accompagnare le figlie (due: Serena e Stella) all’altare. Non ridà un cognato, un amico, un collega. Ma dà un abbraccio di giustizia, in cui «non credevo – racconta a Il Tirreno la vedova –. Condizionata dai fatti di cronaca giudiziaria che si vedono in tv, temevo che non sarebbe mai stata fatta giustizia. E per questo devo ringraziare il mio avvocato, che in questi anni mi ha fatto anche da psicologo. Ci ha aiutati a tirare fuori il coraggio necessario per sopportare tutto questo: le udienze, l’attesa, la paura che tutto finisse senza un colpevole, ma anche la paura di uscire per strada e sapere che l’autore del delitto era ancora lì fuori, che poteva prendersela con noi. La giustizia non mi ridarà Stefano, l’uomo con cui sono cresciuta e che ho sposato. Ma è un sollievo». Poi l’appello dei familiari di Stefano a Roberto Romanini: «Adesso dicci la verità. Dicci chi ha sparato».
 

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