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Versilia

I segreti di un cheeseburger, ecco cosa c’è dietro al bancone di McDonald’s

I segreti di un cheeseburger, ecco cosa c’è dietro al bancone di McDonald’s

In viaggio con i clienti nelle cucine del fast food simbolo dell’America. Il direttore: «Aiutiamo anche a sfatare i falsi miti sui nostri panini» 

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VIAREGGIO. Cinquanta secondi. Decimo più, decimo meno. Tanto – o poco: questione di prospettive – basta per preparare un hamburger, poco importa se di carne, di pesce o di formaggio, con la pancetta anziché l’insalata. Ed è solo una delle tantissime curiosità da scoprire durante l’operazione “Cucine aperte”, l’iniziativa che McDonald’s organizza da anni nei suoi ristoranti.

Ed è stato così anche a Viareggio, al centro commerciale Burlamacca, dove clienti più o meno abituali hanno potuto fare un viaggio dietro le quinte del colosso dei fast food. «Perché lo facciamo? Vogliamo semplicemente raccontare quello che facciamo», racconta Marcello Pastore, licenziatario di zona del marchio McDonald’s e titolare dei fast food di Viareggio, Lido di Camaiore, Fornacette e Navacchio.

«Anche per sfatare qualche mito e vincere un po’ di diffidenza, diciamo la verità – gli fa eco Papa Diop, direttore del McDonald’s di Viareggio che ha fatto da cicerone assieme a Selma Chouiba dell’ufficio marketing – qui abbiamo la cucina a vista, non nascondiamo nulla».

Alla visita, a cui ci si deve registrare online, partecipano i clienti più disparati. Non solo, ma anche ristoratori e chef. «Sì, vengono spesso – prosegue Pastore – ci seguono, ci osservano, prendono ispirazione. Vedono come lavoriamo, che utilizziamo prodotti italiani come lo speck Igp, il parmigiano reggiano, le mele della Valtellina. La qualità è alta».

Il tour, se così possiamo chiamarlo, dura una mezzoretta: i visitatori indossano cuffie protettive e copriscarpe prima di addentrarsi fra magazzini, celle frigorifere e la cucina. Non si può certo dire che manchi la cura dell’igiene e della sicurezza alimentare: i vari addetti alla preparazione degli hamburger, ad esempio, devono obbligatoriamente lavarsi le mani con sapone battericida ogni ora, con tanto di timer che glielo ricorda.

E poi si scopre che, una volta l’anno, anche i manager più quotati di McDonald’s tornano a indossare la divisa, come quando entrarono in azienda, e a friggere le patatine. Che esistono ristoranti di ultima generazione dove si eliminano gli sprechi di cibo, bevande – sono tutte dei concentrati da diluire con l’acqua – e contenitori in plastica. Che ci sono sei diverse piastre, ognuna con un programma diverso impostato a seconda del tipo di carne da cuocere. Che il 90% degli incarti è fatto di carta riciclata. E che dietro la preparazione di un Big Mac o un Crispy McBacon c’è una catena – lo si vede benissimo in “The founder” , il film con Michael Keaton sulla nascita di McDonald’s – in cui ogni addetto ha un preciso compito, dalla cottura del pane a quella della carne passando per i condimenti.

«L’iniziativa di “Cucine aperte” non nasce certo ora a Viareggio, ma esiste da anni non solo all’estero ma anche in Italia– aggiunge Pastore – e il riscontro dei clienti è sempre stato buono, escono sorpresi in positivo da quello che hanno visto».

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