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Morta al pronto soccorso: oltre un milione di risarcimento alla famiglia
A otto anni dalla vicenda il giudice civile del tribunale di Lucca ha stabilito che Doretta Ricci, 67 anni, avrebbe potuto essere salvata
CAMAIORE. È il 17 maggio 2011 quando Annamaria Doretta Ricci varca la porta del Pronto soccorso dell’ospedale Versilia. Non sta bene. Fa fatica a respirare. Otto ore dopo essere stata presa in carico da medici ed infermieri della struttura dell’emergenza, la donna - 67 anni - si avvia all’uscita del Pronto soccorso tenendo tra le mani il foglio di dimissioni. Non fa in tempo a varcare la soglia, però. Si accascia su una sedia ed iniziano così le sue ultime tre ore di vita. Oggi, a distanza di 8 anni, i figli che non hanno mai smesso di cercare la verità possono affermare a testa alta «la giustizia è con noi». Il giudice del Tribunale civile di Lucca ha sentenziato che Doretta Ricci avrebbe potuto salvarsi, quel maledetto giorno. Ed ha riconosciuto alla famiglia (il marito Giovanni Vecoli è deceduto all’inizio di quest’anno) un risarcimento che supera il milione di euro.
«Il consulente tecnico d’ufficio», scrive il giudice, «ha attendibilmente valutato il profilo del nesso causale in termini di buona probabilità di sopravvivenza della donna in caso di corretta e tempestiva diagnosi e di conseguenza di messi in atto di idoneo trattamento anticoagulante». Gli esami - ricordava al Tirreno un anno dopo la figlia Valeria Vecoli - «dimostrano come fosse in atto un’embolia polmonare». Ma il foglio di dimissioni parlava di «sospetta broncopolmonite».
All’epoca fu aperto un fascicolo dalla Procura di Lucca: fu eseguita l’autopsia e furono iscritti nel registro degli indagati due medici del Pronto soccorso. I carabinieri sequestrarono le cartelle cliniche e tutta la documentazione medica. L’Azienda sanitaria aprì un'inchiesta interna «per capire se il percorso clinico è stato corretto». E la Regione inviò gli esperti della Commissione del Centro regionale gestione rischio clinico. L’esito delle verifiche effettuate fu così sintetizzato: «Ad un primo approfondimento è stata evidenziata l'insidiosità con cui si è sviluppato il quadro clinico. I primi esami (elettrocardiogramma, radiografia del torace), risultati aspecifici, e l'apparente miglioramento delle condizioni non lasciavano prevedere l'evoluzione infausta. Si stanno valutando attentamente eventuali precedenti anamnestici che non sono emersi immediatamente».
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Del percorso giudiziario sul fronte penale i familiari di Doretta Ricci (il marito Giovanni ed i figli Massimo, Elena, Valeria, Silvia) hanno perso le tracce: «Credo vi sia stata una archiviazione», spiega Massimo Vecoli al Tirreno. Ma sul fronte civile i “ragazzi” Vecoli non hanno mollato un millimetro, sostenuti dallo studio legale “Ambrosio&Commodo” di Torino e dall’associazione “Giusta causa”, con il medico legale Francesco Nobili che ne è il presidente. «Non abbiamo voluto un processo “contro” qualcuno», sono le parole - esauste e commosse del figlio di Doretta - «ma “per” qualcuno. Oggi ha vinto l’Italia: questo era un processo per l’Italia». Un iter giudiziario lungo e impervio, ma “quando ero più stanco pensavo ai miei genitori che credevano nella giustizia. Mia madre, in particolare, aveva grandissima stima per Giancarlo Caselli. E ci spingeva a rivendicare e difendere le nostre ragioni».
Le ragioni di una morte che pretendeva spiegazioni e responsabili, ma anche quelle di chi solo per caso - quella sera di otto anni fa - apprese del decesso di Doretta: «Oltre due ore dopo il malore accusato da mia madre in sala d’aspetto», raccontava al Tirreno Valeria Vecoli, «una donna che attendeva il marito ricoverato, parlando col figlio spiegò che avrebbe fatto tardi perché “era morta la donna che si è sentita male in Pronto soccorso”. Così ho saputo che mia madre non c’era più».
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