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Tobino, la follia e Maggiano: «La mia vita è nel manicomio»

Simone Pierotti
Un lettore mentre osserva i dipinti realizzati dai degenti dell'ex ospedale psichiatrico di Maggiano (foto Roberto Paglianti)
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Un lettore mentre osserva i dipinti realizzati dai degenti dell'ex ospedale psichiatrico di Maggiano (foto Roberto Paglianti)

L’eccezionale visita dei nostri lettori nell’ex ospedale psichiatrico di Lucca in compagnia di Isabella, la nipote del grande scrittore e medico viareggino

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VIAREGGIO. «La mia vita è qui, nel manicomio di Lucca…». Non c’è bisogno di scrivere ‘Mario Tobino’ sul muro giallo scuro, quasi fosse il campanello di casa, e nemmeno di collocare una sua foto: basta questa targa che cita alcune righe del romanzo Le libere donne di Magliano per accogliere i visitatori all’ex ospedale psichiatrico di Maggiano, negli uffici della fondazione a lui intitolata, e far intendere che questa in fondo era casa sua. Ed è stato proprio nel nome del medico e scrittore viareggino che i lettori di Noi Tirreno, la community del nostro giornale, hanno potuto godere di una visita davvero speciale nei corridoi e nelle corsie del manicomio dove Tobino visse e lavorò per quarant’anni.

Un giro durato oltre tre ore, intenso, emozionante. Merito di Isabella Tobino, presidente della Fondazione che porta il nome di suo zio, e dell’attrice Sandra Tedeschi che durante il percorso fra i chiostri e le stanze di Maggiano ha letto con grande trasporto alcune pagine dell’opera letteraria di Tobino. E non poteva essere altrimenti: a lungo fu messo a capo della direzione femminile del manicomio, ‘le agitate’ come le definisce parlando delle ‘antiche scale’ rese celebri anche da un adattamento cinematografico. Una storia nella storia, perché la struttura di Maggiano di per sé ha un passato da svelare: costruito come monastero intorno al 1200, per volontà del Papa fu convertito cinque secoli dopo in “spedale dei pazzi” con tanto di bolla il cui testo è stato riprodotta in una targa nello storico ingresso al manicomio.

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Tobino arrivò qui nel 1942, dopo la sua esperienza di medico nella guerra di Libia, per rimanervi fino al 1981-82: qui ha scritto quasi tutti i suoi libri e, proprio nei momenti conclusivi della visita, i nostri lettori hanno potuto mettere piede nelle due stanzette dove dormiva e batteva a macchina durante la notte. Ci sono perfino i suoi libri tradotti in russo, cinese e giapponese e un ritratto che gli fece l’amico pittore Mario Marcucci incastonato in una cornice di legno lavorata dai pazienti di Maggiano.


Niente è cambiato dal 1991, quando lo scrittore si recò ad Agrigento per ricevere il Premio Pirandello prima di morire per un improvviso attacco cardiaco. «Tutto ricorda Tobino», dice con un pizzico di orgoglio la nipote Isabella indicando le targhe che suo zio fece collocare all’ingresso del reparto maschile e di quello femminile, tutte con scritte dorate su sfondo nero e abbellite da una cornice d’un bel verde bottiglia. «Venivamo spesso a trovarlo e non ho mai avuto una sensazione terribile del manicomio – prosegue Isabella – la Lella ci preparava sempre i biscotti e le caramelle… Maggiano per me era questo».

E se il ricordo dello psichiatra-scrittore è stato il filo conduttore della visita guidata, i lettori hanno potuto scoprire un sacco di curiosità su Maggiano: dalla cappella dove pazienti e infermieri realizzarono un presepe che vinse un premio alla sala pittura, dalla stanza radiologica al cinema, passando per l’enorme stanza dove prima della trasformazione in cucina i malati venivano a fare i bagni a scopo terapeutico. E in uno dei chiostri c’era addirittura un campo sportivo dove si giocava a calcio e pallavolo, come testimonia il toccante documentario proiettato al termine della visita.

«La mia vita è qui», scrisse Tobino. E a pochi metri sorge un pino che lui fece piantare perché gli ricordava la sua città natale. Viareggio e Maggiano, il mare e la collina: in questa prima domenica di estate vera ne è valsa la pena di andare un po’ più tardi sulla spiaggia… —
 

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