Il Tirreno

Versilia

Ecco perché chi ama Viareggio può ancora sognare e progettare una nuova bellezza

Adolfo Lippi
Ecco perché chi ama Viareggio può ancora sognare e progettare una nuova bellezza

Torna il Premio Carlo Pucci riservato a giovani promesse dell’architettura e del recupero paesaggistico 

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L’ANALISI



Asentire gli architetti che ogni anno organizzano a giugno il Premio Carlo Pucci per giovani talentuosi dediti all’architettura, al disegno, all’arte edilizia, vi sono ancora tante speranze per dare alla città un avvenire di bellezza e armonia. E per la prossima edizione del Premio, che verrà assegnato il 15 giugno al Principe di Piemonte, hanno partecipato 25 studenti di ogni dove. A premiarli saranno, con i soci dell’associazione Carlo Picchi, la presidente dell’ordine degli architetti Patrizia Stranieri e la professoressa Maria Adriana Giusti, docente al Politecnico di Torino e autrice di numerosi libri su e per Viareggio.

Come puntualmente avviene, i giorni del Premio Pucci aprono un dibattito sulla città. A parere di alcuni il degrado ormai è cronico e non si tornerà più ai fasti dei primi del Novecento. A parere di altri vi sono ancora vaste zone, vedi il levante, vedi gli ingressi ad est dopo il cavalcavia ferroviario, dove sono possibili e necessari interventi di qualificazione.

La bellezza potrebbe ancora abitare in città. Per rendersene conto basta sfogliare alcuni libri del passato, guardare, ammirare le foto delle Passeggiata anni ’20 del Novecento, delle darsene coi velieri, delle pinete con le feste di ricorrenza.

Viareggio non è un abitato omogeneo. Essendo città modernissima gli mancano a sostegno stili classici come il romanico, il gotico, il neo-classico che benissimo spaziano a Lucca, Pisa, Firenze eccetera. Qui a Viareggio la prima edificazione fu fatta attorno alla vecchia via Regia dai patrizi lucchesi che in inverno rifuggivano l’arborata cerchia e si ritiravano in palazzotti medicei per giocare a carte e far balli attorno alla vecchia Santissima Annunziata. In tali zone nacquero perfino i primi carnevali e accaddero dispute politiche anche drammatiche durante gli anni dell’occupazione napoleonica. La via Regia era il centro della città. Vi spuntò il primo albergo, il Vittoria e vi abitò perfino papa Pio VII quando Napoleone lo prese prigioniero e lo fece tradurre a Parigi. Dopo, con la moda delle bagnature, con la voglia di aria salubre che conquistò, per prima, Paolina Bonaparte, il Centro si spostò sulla marina. E avvenne la seconda era urbanistica, che iniziata coi legni arabescati degli stabilimenti dopo il ’17 si trasformò nelle murature preziose dell’architetto Alfredo Belluomini assecondato da quel genio dell’eleganza che fu Galileo Chini. I due, da soli o insieme, progettarono in stile eclettico i principali edifici addetti alla ricezione turistica, i bagni, gli chalet, i caffè (come il Margherita), i grandi alberghi. E Viareggio divenne per l’Europa la “perla del Tirreno”. Poi però al regime fascista questo stile così esuberante, cosmopolita, decadente, piacque poco; e allora avvenne lo stop all’arte Decò e ci si avviò per il proseguimento della Passeggiata a un più rigoroso e modernista stile razionale. L’artefice di questa piccola rivoluzione urbanistica fu il fiorentino Brizzi e si ebbero allora i disegni essenziali e lineari di un bagno, La Salute (frequentato da Mussolini e Pirandello), e del Principe di Piemonte del conte De Micheli.

Dopo la guerra, con metà Viareggio distrutta, specie nella zona di piazza Grande, si sarebbe potuta creare una nuova stagione di tesori architettonici. Invece si buttarono giù edifici fantastici come il battistero a San Francesco e il palazzo reale della via Regia (disegnato dal Nottolini). Ci si rivolse a Chini per inventare la spiaggia di levante. Ma non se ne fece niente. Le amministrazioni si lasciarono tentare dalla spregiudicatezza del turismo di massa e si costruirono i pessimi edifici di città giardino, della Lago mare, del nuovo palazzo comunale di piazza Grande, nonché quel non senso urbanistico che è il quartiere dell’ex campo di aviazione. Dove non si sa dove si entra e da dove si esce. Così Viareggio ha perduto non solo il suo storico pubblico, anche il suo teatro Politeama, il teatro nella pineta Puccini, parte della tenuta dei Borbone e rischia di perdere perfino le pinete.

Con il Premio Carlo Pucci, ma anche con la ristrutturazione dell’hotel Plaza e la riqualificazione di alcune piazze intrapresa da questa amministrazione, nascono ora nuove attese, chi ama Viareggio può ancora sognare. Certo è cambiato il clima (non solo atmosferico); ma se ancora i viareggini vorranno vivere circondati dal bello tornino a farsi sentire. Perché il bello, in urbanistica, è ancora possibile. —



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