Il Tirreno

Versilia

Alla scoperta dei mille segreti dell’ex manicomio di Maggiano

Simone Pierotti
Alla scoperta dei mille segreti dell’ex manicomio di Maggiano

Domenica la visita all’ospedale psichiatrico dove lavorò Mario Tobino. A guidarci la nipote Isabella

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Una sala radiologia decisamente all’avanguardia per quei tempi. Le cucine. Uno spazio dedicato alla pittura. Perfino un piccolo cinema. L’ex manicomio di Maggiano, sulle colline fra la Versilia e Lucca, era un paesino a sé stante, una sorta di città in miniatura. E la visita al vecchio ospedale psichiatrico nel nome dello scrittore viareggino Mario Tobino, che qui visse e lavorò per ben quarant’anni, sarà al centro della nuova iniziativa di domenica (appuntamento alle 10,30 di fronte all’ingresso del manicomio) messa in piedi dal nostro giornale grazie alla collaborazione della Fondazione Mario Tobino: per partecipare i lettori dovranno essere abbonati alla community Noi Tirreno e inviare una mail all’indirizzo eventi@iltirreno.it indicando nome, cognome, residenza e telefono.

E anche stavolta ne varrà davvero la pena. Perché Maggiano è un luogo ricco di storia – basti pensare che fino al Settecento ospitava un monastero – e perché a guidare i lettori ci sarà Isabella Tobino, presidente della Fondazione che porta il nome di suo zio Mario. Chi meglio di lei, insomma, per conoscere i segreti dell’ex manicomio attraverso la lettura dei brani più significativi che Tobino ci ha lasciato?

La visita di Maggiano partirà dal piazzale dove ha tuttora sede la Fondazione, nei pressi dell’ala che ospitava le stanzette e gli studi dei medici: i lettori di Noi Tirreno avranno modo di ammirare il giardino esterno, il “chiostrino” dove si trovava l’ingresso storico all’ospedale psichiatrico, la chiesa, i due chiostri principali dai quali si accedeva poi al reparto femminile e a quello maschile. E ancora: un giro fra i corridoi e le corsie e alle varie sale.

«Non si poteva uscire da Maggiano, pertanto tutto veniva autoprodotto fra queste mura – racconta Isabella Tobino – se un paziente si sentiva male, le cure venivano effettuate all’interno del manicomio stesso: funzionava come una struttura ospedaliera qualsiasi, tant’è che c’erano moltissimi medici generici e pochi psichiatri».

E il personale di Maggiano cercava di rendere il meno dura possibile ai pazienti la degenza nel manicomio: «C’è una sala con i dipinti che i malati facevano nella sala pittura: già all’epoca si pensava all’arte come terapia per curare il disagio mentale. Poi c’era anche il cinema. Insomma, si cercava di dare loro tutto il necessario per avvicinarli alla ‘normalità’. Lo zio Mario iniziò a scrivere racconti e romanzi sulla follia proprio per far sì che i sani imparassero a occuparsi dei malati di mente, dato che la società italiana non sapeva nulla di quanto avveniva all’interno di queste strutture».

Ecco, forse il lascito principale di Tobino è stato proprio questo. Oltre, naturalmente, alle sue apprezzate opere che verranno lette ad alta voce domenica proprio per offrire una visita davvero insolita. —

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