«Sentivo botti, sembravano spari poi c’è stata un’esplosione»
La testimonianza della vicina di casa che ha dato l’allarme: «Sono uscita di corsa quando ho udito i vetri frantumarsi e il clacson»
il racconto
Il primo botto lo ha sentito poco prima dell’una di notte. Ha rimbombato, fortissimo, nell’androne del palazzo. «Sembrava uno sparo. Mi son detta: questa volta è successo davvero qualcosa di brutto», racconta la vicina di casa dei due pensionati a cui lunedì notte hanno bruciato le auto. La sua, di auto, era parcheggiata dietro la Fiat 500 che a sua volta era parcheggiata dietro la Volkswagen T-Roc da cui è stato appiccato il fuoco. Le uniche tre auto in via Ariosto, a Focette.
Lei, invece, era a letto. «Avevo appena spento la luce, quando ho sentito il primo colpo. Ero davvero convinta che fosse uno sparo, ma avevo paura ad uscire. Vivo sola. Non sapevo cosa fare. Sono rimasta in ascolto e ho iniziato a sentire altri botti, meno forti, come se qualcuno stesse dando colpi su un portone. Stavo per chiamare i carabinieri, ma poi ho pensato: e se non fosse nulla? Magari sono solo ragazzini con botti un po’ più rumorosi. Succede qui. Magari sei solo paranoica».
Ed è rimasta lì, sotto le coperte, luce spenta, occhi spalancati verso il soffitto, orecchie tese sull’infinito dei rumori. «Mi sono alzata per tranquillizzare il cane: stava piangendo. Non sentendo più nulla, mi sono rimessa a letto. Ma sempre in ascolto». Sempre occhi rivolti al soffitto, luce spenta. Altri quindici, venti minuti. «Poi ho sentito un’esplosione ancora più forte, il rumore dei vetri che si frantumano e il clacson impazzito di un’auto. Ed è lì che ho capito che stava andando a fuoco una macchina».
E si è fiondata giù dal letto. Ha preso il cellulare ed è corsa fuori, scalza. Lì ha visto l’auto del vicino avvolta dalle fiamme. «Sono salita in macchina e in quel momento c’è stata un’altra esplosione. Forse era scoppiata una ruota, non saprei dire. Sta di fatto che le fiamme si sono allungate sull’altra auto, che era proprio davanti alla mia». Ha messo la retromarcia e via dietro di venti, trenta metri. Con l’auto ancora in moto ha chiamato i vigili del fuoco. «Non riuscivo nemmeno a comporre il numero, tremavo. Non avevo ancora realizzato che i botti che avevo sentito nella mezz’ora precedente non erano spari, ma le piccole esplosioni dell’auto in fiamme».
E ha chiamato i carabinieri. I proprietari dell’auto invece non si erano ancora accorti di nulla. «Le fiamme avevano iniziato a bruciare anche la vegetazione di casa loro. Ho iniziato a gridare, perché il citofono era proprio dietro il rogo. Ma non sapevo nemmeno il loro nome. Gridavo: ohhh, brucia tutto, brucia tutto, svegliatevi. Ma nulla, non uscivano. Mi sono fatta coraggio e mi sono avvicinata all’auto per suonare il citofono». Hanno sentito, si sono affacciati, ma non potevano fare più nulla. E in quel momento sono arrivati gli angeli dell’acqua a spegnere le fiamme e a risvegliare tutti dall’incubo a notte fonda. —
R.V.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google