La protesta
Quel pomeriggio in cui la piazza Grande si tinse di rosso col sangue di Nieri e Paolini
Oggi è l’anniversario dei tragici fatti che segnarono le ore seguenti alle elezioni politiche del 1921
LA STORIA
Il 15 maggio del 1921 si tennero in tutta Italia le elezioni politiche; a Viareggio si svolsero in un clima di maturità democratica e i risultati decretarono l’affermazione delle sinistre: popolari 1.151 voti, socialisti 1.139, comunisti 377, liberali 224, repubblicani 133, blocco fascista 868.
Il giorno dopo i simpatizzanti delle liste di sinistra per festeggiare il successo elettorale diedero vita a un corteo spontaneo che sfilò per le vie cittadine. Erano da poco passate le 17, quando dal corteo che stava percorrendo la via Garibaldi si staccò un gruppo capeggiato da Alessandro Bandoni che si portò davanti alla sede del Fascio, indirizzando frasi di scherno all'indirizzo dei fascisti. Fu allora che il Bandoni lanciò ai fascisti la sfida: «Come abbiamo vinto nelle urne, vogliamo dimostrare di saper vincere anche nella piazza. Vi sfidiamo: scegliete il luogo e l'ora!».
Per la singolare sfida fu scelta la piazza Grande, al tempo piazza Vittorio Emanuele; l'ora dello scontro le sei di quel pomeriggio. All’ora stabilita, dopo aver percorso la via Garibaldi, una decina di fascisti, guidati dal segretario del Fascio, avvocato Lino Reggiani entrò nella piazza, mentre dalla parte opposta, all’imboccatura della via S. Francesco, era ad attenderli un folto gruppo di operai e simpatizzanti della sinistra, convenuti per assistere all’improvvisata sfida.
Secondo la ricostruzione ufficiale dei fatti, il Bandoni e un altro «avanzarono a braccia alzate dichiarando che ritenevano inopportuno un conflitto in quelle condizioni». Quando sembrava escluso lo scontro, fra le due opposte fazioni si accese una violenta rissa con scambio di spinte, pugni e bastonate. Poi, improvvisamente furono esplosi numerosi colpi d’arma da fuoco che causarono un fuggi fuggi generale e la piazza che doveva essere teatro di una sfida quasi romantica, divenne teatro di una tragedia.
Caddero colpiti a morte due giovani lavoratori: il calafato Pietro Nieri e il marinaio Enrico Paolini. Nieri fu colpito all’inizio della rissa, alla testa, da un proiettile blindato di calibro 9 con carica esplosiva, sparato alle spalle da una pistola automatica, che entrato dall’orecchio gli devastò il cervello, mentre piegato in avanti cercava di porsi in salvo. Perì all’istante e cadde al centro della piazza. Enrico Paolini, da poco sbarcato a Savona dal veliero “Bella Italia”, secondo la testimonianza del padre quel tragico lunedì, alle ore 14, si recò dal sarto Pasquele Batanino e poi in Comune per depositare la tessera di disoccupazione. Trovato chiuso, si fermò sulla porta del Municipio poiché pioveva a dirotto. Il Paolini, secondo l’autopsia, fu colpito alle spalle mentre cercava riparo nella fase finale della rissa, da un proiettile di piccolo calibro blindato e di altissima velocità, che perforato polmone e cuore, fuoriuscì dal torace. La morte fu istantanea e cadde nella piazza quasi all’angolo tra via Battisti e via San Francesco. Gli altri feriti da arma da fuoco furono Ottavio Orlandi, colpito sotto il piede sinistro, ebbe un referto di 40 giorni e Gino Fiorelli ferito alla gamba sinistra con prognosi di 75 giorni.
La lettura dei documenti dell’istruttoria e del processo permette di capire che allora, nel caso dell’eccidio di Nieri e Paolini, non fu fatto quanto era possibile perché «giustizia sia fatta», come invece auspicava il sindaco Giorgio Paci. Negli atti si può leggere che gli organi di Polizia «accettarono interamente quanto riferirono i fascisti partecipanti al conflitto»; che i fascisti che si recarono in Piazza Vittorio Emanuele armati, ma dichiararono di non aver fatto uso delle armi e che tali dichiarazioni non furono messe in discussione, anche se fu rilevato che «non sembra credibile che gente, la quale raccolse una sfida mortale e vi si recò armata, si trattenesse poi dal far fuoco». E ancora: «è inverosimile che giovani baldi e fieri, abituati ai conflitti, a colpi di rivoltella esplosi contro di loro non abbiano risposto con altrettanti colpi».
Infine, in un articolo pubblicato sul Popolo d’Italia del 23 settembre 1921, in relazione dei fatti del 16 maggio fu scritto: «in seguito ad una tracotante sfida… una quindicina di fascisti stese al suolo un paio di comunisti».
Alla fine le indagini di polizia non individuarono i colpevoli e il processo si concluse il 20 marzo 1922 con il non luogo a procedere e così l’attesa per la giustizia auspicata dal sindaco Paci fu vana. —
Paolo Fornaciari
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