Gioco
Il viaggio dei lettori di “Noi Tirreno” nel mondo di Giacomo Puccini
Dal dietro le quinte del teatro all’aperto al cuore della casa-museo del grande compositore cronaca di una mattinata specialissima dedicata agli iscritti della nostra community
Il lago increspato dal vento, il fruscio delle foglie degli alberi, la vista panoramica sul Massaciuccoli. Mica c'è da stupirsi che a suo tempo Giacomo Puccini, fra tutti i posti che poteva scegliere, avesse eletto Torre del Lago quale luogo prediletto per la composizione delle sue opere. E per una volta i lettori del nostro giornale hanno avuto modo di scoprire il lato umano e privato, quasi introspettivo, ancor prima di quello artistico e musicale.
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Ieri mattina una ventina di iscritti alla community di Noi Tirreno si è lasciata condurre fra i corridoi del grande teatro all'aperto in riva al lago e nelle stanze della villa dove Puccini visse a lungo, diventata un museo per volontà del figlio Antonio nel 1925, un anno dopo la morte del celebre padre. Un viaggio piacevole, insolito, diverso da una qualsiasi visita guidata. Perché è un privilegio per pochi potersi avvicinare al palco dove vanno in scena le opere del Festival Puccini, o godere dell'incantevole scenario che si ammira lasciandosi alle spalle la platea, o addentrarsi nella dimora del Maestro con chi ne conosce i segreti più impensabili. Come Adolfo Lippi, giornalista e scrittore, che ha intrattenuto i lettori raccontando la vita da "scapestrato" di Puccini, i suoi amori, i successi, lo stile da viveur. Come Alessandra Dalle Fave, responsabile comunicazione del Festival, che ha dato la possibilità di assistere alle audizioni per il coro delle voci femminili e di vedere i costumi di scena. E come Patrizia Mavilla, direttrice della villa-museo, gentilissima padrona di casa che ha saputo restituire un'immagine esaustiva e fedele di Puccini attraverso aneddoti. E soprattutto attraverso i tesori che si trovano all'interno della dimora stessa - la collezione di fucili con cui andava a caccia assieme alla combriccola di amici del Club La Bohème, i torroncini o il set di aghi per cucire con il volto di Puccini che non disdegnava certo di fare da (come si direbbe oggigiorno) testimonial, i manoscritti, il paravento intarsiato di madreperla e avorio con cui l'imperatore del Giappone volle omaggiare il Maestro per aver diffuso la cultura nipponica con le sue arie.
E questo gigantesco scrigno che è la villa è perfino destinato a crescere: a dicembre termineranno i lavori di ristrutturazione di uno stabile, sempre di proprietà della Fondazione Simonetta Puccini a cui la nipote del Maestro ha lasciato in eredità la villa e tutti gli archivi del compositore, che cambieranno la fruibilità del museo. Qui sorgeranno uffici, un auditorium, sale per ospiti e visitatori e tanto altro. E già in estate dovrebbe riaprire parzialmente il primo piano della villa - ieri i lettori hanno visto solo le stanze e gli esterni del piano terra - con la camera da letto che si affaccia sul lago. Quel lago che con i suoi silenzi è stato la principale fonte d'ispirazione di Puccini, abituato a comporre nelle ore notturne: abbandonò la vibrante vita milanese per trasferirsi a Torre del Lago, all'epoca abitata da 120 anime, perlopiù cacciatori e pescatori. Era il suo Eden. Suo e della cerchia di amici pittori, tutti postmacchiaioli allievi di Fattori.
E Torre del Lago è stata la casa di Puccini fino a quando la costruzione di una torbiera, fra rumori e cattivi odori, non lo costrinse a trasferirsi nella dimora in via Buonarroti a Viareggio dove scrisse - senza terminarla: il compito spettò a Franco Alfano - la Turandot. E quando questa venne rappresentata per la prima volta dopo la morte di Puccini, avvenuta a Bruxelles a causa di un attacco cardiaco, Arturo Toscanini decise di farla finire nell'esatto punto in cui era arrivato il Maestro. Che è un'eccellenza italiana riconosciuta in tutto il mondo.
E i viareggini, e i torrelaghesi nello specifico, dovrebbero essere orgogliosi di avere dietro casa un tesoro come la villa sul Belvedere. E pensare che dei turisti americani volevano perfino sposarcisi. Laggiù un museo del genere ce lo invidiano. E allora rendiamogli il giusto merito. Visitiamolo. Facciamolo vivere.
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