Italia
In Rianimazione pazienti curati anche con le visite dei loro familiari
Il primario Buzzigoli ha ampliato l’orario dalle 10 alle 22 «I malati migliorano se circondati dall’affetto dei cari»
La mano nella mano è terapeutica. Fa bene alla salute, oltre che al cuore. A dirlo è un medico, Stefano Buzzigoli, primario di Anestesia e rianimazione all’ospedale Versilia. Che da qualche tempo ha ampliato l’orario delle visite dei familiari ai pazienti del reparto. Il risultato è al di là delle aspettative. «Abbiamo registrato dei miglioramenti – dice Buzzigoli – non solo nel rapporto tra utenti e personale sanitario, ma anche nelle condizioni cliniche dei pazienti. I familiari fanno parte della cura».
L’iniziativa è controcorrente rispetto alla logica dell’ospedale, non solo il Versilia, dove il parente o l’amico è tenuto a debita distanza. Su questo tema ci sono varie opinioni, anche scientifiche. La più comune – almeno dal punto di vista di chi lavora in ospedale – è che si debba intralciare meno possibile l’assistenza alle persone. Il parente, l’amico o anche il semplice conoscente viene sempre percepito come un “altro” che turba il percorso terapeutico. È per questo che si cerca di limitarne il più possibile l’accesso al reparto, dedicando un orario per le visite che spesso è reso ancora più rigido dall’atteggiamento del personale Asl.
«La nostra scelta è diversa – afferma Buzzigoli – Ci muoviamo su un principio, quello della “Rianimazione aperta”, che ha preso piede anche in altri presidi sanitari, vedi Cisanello. Ma resta un fenomeno nuovo e piuttosto minoritario. Io stesso ho dovuto confrontarmi con opinioni differenti dei miei colleghi. Ma a distanza di qualche mese, siamo partiti a fine 2018, il bilancio è positivo». Il reparto è passato dall’orario di visita tradizionale, con una finestra prima dell’ora di pranzo e una precedente alla cena, a una sorta di porta quasi sempre aperta. Si può accedere, infatti, dalle 10 alle 22: metà giornata. La notte, ovviamente, non è possibile. Bisogna ricordarsi che siamo nel luogo dell’ospedale dove la situazione dei malati è più delicata. Nella Rianimazione ci sono persone in coma, che stanno affrontando battaglie difficilissime e che cercano di sopravvivere. Oppure persone che sono alla fine della loro esistenza e non c’è nulla che può essere fatto per evitarlo.
«Eppure – prosegue il primario Buzzigoli – noi consentiamo anche e soprattutto in casi così delicati e problematici un maggior afflusso di parenti e amici. Gli effetti benefici sono vari. Uno è sulla capacità di reazione del paziente, che viene influenzata anche dalla presenza o meno di persone care e del loro affetto. Non sono concetti vuoti: abbiamo registrato miglioramenti clinici evidenti. Un altro aspetto è la serenità che deriva da questi momenti passati insieme. Anche quando sono gli ultimi, chi può stare al fianco del paziente allevia, in parte, il dolore per la perdita vicina. La persona che se ne va lo fa con il conforto di chi la ama, e chi la ama sa che le è stato accanto fino all’ultimo. Infine, c’è un altro effetto importante: il rapporto tra il personale ospedaliero e gli utenti è meno rigido, più rilassato. Lo ripeto: se questa è da considerarsi una sperimentazione, il bilancio è anche migliore del previsto». —
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