Il Tirreno

Versilia

in tribunale 

L’avvocato di Elia (ex Rfi): «Trentadue vittime del caso»

Donatella Francesconi
L’avvocato di Elia (ex Rfi): «Trentadue vittime del caso»

I familiari di chi non c’è più da 10 anni hanno lasciato l’aula del processo d’appello La tesi del legale Alfonso Stile: non c’è valutazione del rischio in ferrovia

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«Non esistono metodi scientifici per la valutazione del rischio in ferrovia» e dunque i 32 morti del disastro ferroviario di Viareggio, 29 giugno 2009, nient’altro sono che «vittime innocenti del caso» sostiene l’avvocato Alfonso Maria Stile, difensore dell'ex amministratore delegato di Rete ferroviaria italiana, Michele Mario Elia, condannato in primo grado a 7 anni e 6 mesi dai giudici del Tribunale di Lucca. Nel portare la propria replica d fronte ai magistrati della terza sezione penale della Corte d’Appello di Firenze, Stile ripete, calcando la voce e rivolgendosi verso le sedie dove i familiari delle vittime assistono alle udienze e a quelle con le 32 magliette che riproducono i volti di chi non c’è più: «Sì, vittime del caso». Parole non tollerabili dai familiari che si alzano tutti insieme abbandonando l’aula per la prima volta da quando è iniziato l’iter processuale, primo grado compreso.

Per valutare i rischi di un impianto industriale come è la rete dei binari d’Italia e tutto ciò che vi si muove sopra – così ancora la replica del professor Stile – Rfi si era affidata a professori universitari «affinché producessero delle ricerche biennali. Per quanto riguarda le merci pericolose abbiamo dato un po' di soldi e chiesto: “Diteci cosa bisogna fare”. I risultati hanno poi dato vita alla cosiddetta “disposizione Giovene”». E quando alla professoressa Gigliola Spadoni (università di Bologna) «viene chiesto della velocità, la risposta è che non c’è una situazione di rischio sul piano dell'accettabilità». Tutto bene, dunque. Per cui, continua il difensore, «è un atto di sciacallaggio dire che la scelta di ridurre, per Viareggio, a 50 chilometri orari la velocità dei treni trasportanti merci pericolose è dovuto ad una scelta tecnica di Rfi. Abbiamo tutto il carteggio con il sindaco (Luca Lunardini, ndr) in cui chiedeva la riduzione della velocità a Viareggio. È stato il modo in cui Ferrovie hanno messo i fiori, un monumento, a queste vittime innocenti del caso». Un “caso” che «secondo i calcoli potrebbe ripetersi tra 4mila anni». Per cui, aggiunge Stile: «Ma uno doveva avere la sfera di cristallo, l'indovino, per sapere che a Viareggio succedeva quello che è successo?».

Sul punto della velocità ridotta a 50 chilometri, però, parlano le carte: il provvedimento è stato preso da Rfi con la specifica tecnica numero 2685/09 del 3 settembre 2009, nella quale non si fa alcun riferimento alla “cortesia” verso Viareggio che avrebbe ispirato la decisione come da tesi di casa Fs.

È in questo quadro di impossibilità di valutare i rischi che se n’è andato in giro da Trecate a Gricignano, attraversando quasi tutto lo Stivale, il carro merci arrivato dalla Germania, poi deragliato poco dopo la stazione di Viareggio con il suo carico di Gpl analogo a quello degli altri 13 carricisterna che componevano il convoglio killer. «Perché mai Trenitalia avrebbe dovuto contestare un carro omologato Era (Agenzia europea per la sicurezza ferroviaria, ndr)», è stata la replica dell’avvocato Massimiliano Masucci per Mercitalia Rail. Cui hanno fatto eco le parole del collega Antonio Fiorella per Trenitalia: «I controlli c'erano: ed erano quelli voluti dal meccanismo della interoperabilità». Ovvero da tutto ciò che regola il viaggiare di carri stranieri. Una questione affrontata dalla relazione 2018 dell’Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria con parole che mettono i brividi pensando alla sicurezza delle affermazioni portate in aula come granitiche: “Per quanto riguarda i veicoli interoperabili e quindi i processi manutentivi svolti a livello europeo permangono delle criticità”. —



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