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in tribunale 

Truffate da Wanna Marchi: «La Rai ha violato la privacy»

Melania Carnevali
Vanna Marchi con la figlia Stefania Nobile
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Vanna Marchi con la figlia Stefania Nobile

Mamma e figlia hanno fatto causa alla trasmissione “Un giorno in pretura”. Il caso è arrivato in Cassazione: «I giornalisti dovevano renderle irriconoscibili»

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VIAREGGIO. In quell’aula del tribunale di Milano raccontarono tutta la loro storia. Raccontarono della tossicodipendenza della figlia, delle pressanti richieste di denaro da parte di Wanna Marchi e della figlia Stefania Nobile, delle promesse di risolvere tutto con la magia, raccontarono della decisione della madre di prostituirsi per trovare quei soldi. Tutto davanti alle telecamere della trasmissione Rai “Un giorno in pretura”, con l’accordo che, poi, la loro identità non venisse svelata. Un patto, però, non rispettato secondo due viareggine, madre e figlia, difese dall’avvocato Fabrizio Miracolo, che hanno fatto causa alla Rai chiedendo un risarcimento danni di 25mila euro a testa. Il loro caso è arrivato in Cassazione e, ieri, i giudici si sono pronunciati accogliendo il loro ricorso e rinviando tutto alla Corte di appello.

In primo grado i giudici del tribunale di Roma avevano dato loro ragione, sostenendo che non fossero stati presi accorgimenti «idonei ad impedire l’identificazione dei testimoni». Nonostante, infatti, non fosse stata trasmessa la parte del processo in cui venivano indicate le loro generalità, le riprese erano «avvenute in campo corto – si legge nell’ordinanza della Corte suprema –, l’oscuramento dei volti non era stato completo e non era stata operata alcuna alterazione delle voci. Inoltre, in occasione di alcuni cambi di inquadratura, era risultato possibile intravedere anche il naso e l’occhio di una di esse». In altre parole: chi le conosceva, poteva riconoscerle senza problemi.

Diverso il giudizio della Corte di appello che ha invece dato ragione alla Rai, sostenendo che, avendo dato il consenso per le riprese, le donne dovevano sapere che «la peculiarità della fattispecie non potesse prescindere dalla divulgazione integrale delle deposizioni» e che le modalità utilizzate dai giornalisti rispettassero «un equilibrato bilanciamento tra il dovere di cronaca e la tutela della riservatezza».

Le due donne hanno fatto ricorso in Cassazione, ottenendo l’annullamento della sentenza della Corte di appello. Secondo i giudici della Corte suprema, il diritto di cronaca doveva essere «subordinato» all’adozione di accorgimenti tecnici «idonei» a impedire davvero l’identificazione delle donne. Quindi la corte di appello doveva, e dovrà adesso, stabilire se la trasmissione lo ha fatto veramente. «È evidente – si legge nell’atto – che oscurare completamente i volti, oppure riprendere le testimoni di spalle o alterare la loro voce, non può influire in nessun modo sulla completezza dell’informazione relativa al contenuto delle loro deposizione del processo generale». —
 

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