Gioco
Strage, la difesa di Moretti: «Tutti i politici lo volevano»
La tesi dell'avvocato Armando D’Apote al processo d’appello che si è aperto a Fireze il 13 novembre 2018
VIAREGGIO. «Tutti volevano avere Mauro Moretti... ministri, presidenti di Regione... Anche per fare la foto», argomenta l’avvocato Armando D’Apote nello sviluppare la difesa dell’ex amministratore delegato di Ferrovie all’epoca del disastro ferroviario del 29 giugno 2009, 32 vittime. Moretti, in qualità di ad della Holding Fs, è stato assolto in primo grado dai giudici del Tribunale di Lucca. La Procura ha appellato l’assoluzione, così come alcune delle parti civili che in primo grado avevano messo al lavoro consulenti di peso sulla figura di Moretti come uomo che tutto poteva e tutto decideva anche per Rfi e Trenitalia. Tra gli elementi per sostanziare questa tesi, anche l’onnipresenza di Moretti nelle occasioni in cui venivano firmati accordi con le Regioni ed altri Enti pubblici.
D’Apote si è soffermato sulla figura e sul ruolo di Moretti (condannato in primo grado a 7 anni per il ruolo ricoperto come amministratore delegato di Rfi, prima del 2009): «Moretti viene chiamato ad un compito molto impegnativo. Perché si tratta di rimettere in piedi dal punto di vista economico una società che da più di un secolo era nota per essere fonte di problemi inenarrabili per i bilanci dello Stato. Bisognava mettere ordine: e chi meglio di Moretti per mettere ordine? Quando ci sono modifiche epocali si capisce che arrivano da chi ha anche il carattere per poterle ottenere». E così, continua il legale del Foro di Bologna, si arriva a quel «biennio 2007-2008 che fu il biennio di svolta per Ferrovie che raggiunge il riequilibrio di gestione con un anno di anticipo. Bisognerebbe che l'ingegnere Moretti ognuno di noi l'avesse in tasca per risolvere alcune questioni di contabilità e gestione del personale».
Compiuta l’apologia dell’ex manager Fs, oggi presidente della Fondazione Ferrovie, D’Apote - con Moretti seduto a lato, pronto a fare da “consulente” al proprio difensore - non manca la consueta stilettata alla Procura di Lucca. Colpevole di avere indagato il numero uno di Ferrovie anche come numero uno della holding, per raggiungere «un risultato di tipo teatrale: attenzione che Fs non la molliamo, gli stiamo addosso. Io temo che sia questo».
Ma l’attività che viene contestata a Moretti, compresa l’onnipresenza su tutti i temi di competenza di Rfi e Trenitalia, altro non era - così la difesa portato davanti ai giudici della terza sezione della Corte d’Appello di Firenze - che «il fisiologico impegno di un amministratore delegato di Gruppo». Con il quale il poter politico ambiva farsi le foto, piuttosto che nominarlo Cavaliere del lavoro.
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