Toscana
Strage, la difesa di Rete ferroviaria: «Non si poteva evitare il disastro»
L’avvocato Alfonso Maria Stile, difensore dell’ex manager di Rfi, Mario Michele Elia: «La situazione è la stessa»
«Non si poteva fare niente» per evitare il disastro ferroviario di Viareggio, 29 giugno 2009, 32 morti. «Tanto è vero che niente si è fatto dopo. Non si è individuato nessun modello da adottare, nessuno è stato in grado di affermare che si possa fare quello che si contesta come non fatto. E la situazione è la stessa dell'epoca». Parola di Alfonso Maria Stile, avvocato del Foro di Napoli, difensore di Michele Mario Elia, all’epoca dei fatti amministratore delegato di Rete ferroviaria italiana, in questa veste condannato in primo grado a 7 anni e 6 mesi dai giudici del Tribunale di Lucca.
Oscilla da sempre tra fatalismo e perfezione di un sistema ferroviario che perfetto, invece, ha dimostrato di non essere, la difesa di casa Ferrovie. E non manca una certa contraddittorietà. Perché da una parte l’avvocato Stile tira in ballo lo studio sull’analisi del rischio «affidato alle più prestigiose università italiane e durato due anni, con una spesa di importo rilevante» e dal quale «non furono evidenziate situazioni di pericolo per la stazione di Viareggio», Dall’altra, invece - in quadro che si continua a descrivere come privo di problemi e campanelli di allarme - si punta il dito sul ministero dei trasporti, sottolineando come «solo adesso il ministero si preoccupi di convocare la commissione per valutazione del rischio». Commissione che esiste dal 2018 - ha spiegato l’avvocato - «ha come presidente il direttore di Ansf» ed al momento - così le prime informazioni raccolte dal Tirreno - si sarebbe occupata sì di sicurezza sui binari, ma quelli delle metropolitane.
Non mancano, nella difesa di Stile così come in quella del collega Armando D’Apote, difensore di Mauro Moretti, ex amministratore delegato di Fs ed oggi presidente della Fondazione Ferrovie, i toni aspri nei confronti della Procura di Lucca e del lavoro fatto nelle indagini così come nel lavoro dei consulenti di parte civile.
Alle condanne in primo grado si è arrivati - così la tesi portata dall’avvocato Stile nell’aula 32 del Palazzo di giustizia di Firenze - per un «accanimento ottuso della Procura nei confronti di Ferrovie». Così che «si è imbastito un processo cercando di coinvolgere tutti e tutto». In una quadro in cui «la Procura (pm Giuseppe Amodeo e Salvatore Giannino, ndr) ha preferito appoggiarsi all’Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria ed al ministero per mettere tutti contro Ferrovie». Parole che descrivono una difesa “asserragliata” nel fortino, in un fuoco di fila di toni forti ed argomentazioni già ascoltate in udienza preliminare prima e nel dibattimento di primo grado dopo. Dallo scenario disegnato dall’avvocato Stile è poi scaturita «una sentenza affetta da populismo giudiziario. Che significa ricerca del consenso e non della giustizia».
Giustizia che si farebbe assolvendo l’ex manager in appello:«Figuriamoci se Elia sapeva qualcosa di quel treno, di quell’assile», così il difensore quando si addentra sulle responsabilità dell’ex manager. Parole cui fanno eco quelle dell’avvocato Carla Manduci (Foro di Roma): «Ma che doveva fare Elia? Controllare il dossier informativo del carro? Verificare il cabotaggio? C’è un principio di affidamento: ognuno ha i suoi compiti e tutti si fidano». —
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