Il Tirreno

Versilia

INTERVISTA 

Tongiani: non esiste più la Versilia degli scultori

Domenico Lombardi
Tongiani: non esiste più la Versilia degli scultori

L’artista che vive a Camaiore racconta la sua vita tra Parigi, l’Africa e la Toscana alla continua ricerca della bellezza: «La vera grande crisi del mondo è culturale»

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. Vito Tongiani, artista di fama internazionale, abita a Camaiore, dove ha un affascinante studio nella limonaia di villa Montecatini a Nocchi. Un artista sempre in giro per il mondo, alla ricerca di nuovi contenuti artistici e umani. Un percorso culturale, il suo, sviluppatosi nelle diverse stagioni artistiche del secondo Novecento e agli inizi del nuovo secolo, con impegno e coerenza. Un racconto di vita “sofferta” nei contenuti esistenziali e sociali, narrato con entusiasmo, a tratti con nostalgia, con l’orgoglio delle sue umili origini, della sua terra, delle sue idee anche politiche. Ha scritto Vittorio Sgarbi di lui: «La sua opera è una continua ricerca del classicismo perduto» .

Quando hai iniziato a occuparti di arte?

«Fin da bambino ho disegnato molto, era una specie di fissazione. Per questa mia passione decisi di iscrivermi al liceo artistico Barabino di Genova. I miei genitori volevano che imparassi un mestiere che mi permettesse di vivere, io volevo fare il pittore e imparare a lavorare il marmo come i miei zii (tra cui lo scultore Gigi Guadagnucci). Iniziai presso lo studio Soldani di Massa facendo per due anni, tutti i giorni, il pendolare da Rapallo. Avevo 17 anni».

Hai vissuto a Parigi circa 28 anni. Cos’ha rappresentato per te questa esperienza?

«A 20 anni andare a Parigi era la massima aspirazione per un giovane che desiderava dedicarsi alla pittura e alla scultura. Il sogno si realizzò grazie a mio zio scultore che già vi abitava. Era il 1960. Ho visto la fine dell’epoca degli ultimi grandi artisti di Montparnasse, da Giacometti e Ossip Zadkine a César e François Stahly. Respiravo e mi nutrivo d’arte».

Hai trascorso la stagione del’68 a Parigi?

«Ho vissuto da vicino quegli anni in tutta le sue manifestazioni culturali, artistiche e politiche. Quando De Gaulle decise di chiudere le basi americane sul territorio francese, gli americani non investirono più sull’arte francese, ma sulla loro arte lanciando la Pop Art. A Parigi iniziò il periodo della “pittura impegnata” con i temi del Vietnam, della Palestina, dell’America Latina, con i quali anch’io mi confrontai. Politicamente ero già schierato. A 19 anni mi iscrissi alla Figc. Nel’69, di passaggio a Massa, partecipai alla manifestazione della Cgil dopo i drammatici fatti di Avola, fui arrestato dalla polizia e rimasi in carcere dodici giorni».

Perché, dopo molti anni di vita parigina, hai deciso di andare in Marocco?

«Nel 1999 decisi di non passare il Natale e il Capodanno in Italia e neanche in Francia. Ero infastidito dall’eccessivo consumismo. Sentivo forte il desiderio di andarmene nel deserto. Presi casa a Marrakech, qualche anno dopo realizzai lo studio in un vallata incontaminata, mai vista dai turisti, senza luce elettrica. In seguito mi sono trasferito a Essaouira».

Quale messaggio vuoi dare con la tua arte?

«Noi viviamo in un mondo pieno di volgarità, in cui la vera grande crisi è culturale. Il messaggio che voglio dare con le mie opere è la ricerca della bellezza e della verità».

Chi sono i pittori e gli scultori che ti senti più vicino?

«Senza dubbio Giotto. Così come Courbet, Caravaggio, Velázquez, Matisse, Vermeer, Picasso, De Chirico».

Ti senti più pittore o scultore?

«Amo sia la pittura che la scultura. Scolpire mi ha spesso permesso di dipingere. Dalla metà degli anni Ottanta ho avuto diversi incarichi per realizzare sculture monumentali in luoghi pubblici che hanno preso molto tempo alla pittura».

Cosa pensi delle nuove tecnologie usate in particolare nella scultura?

«Una tipologia di espressione artistica convive con le nuove tecnologie, ma non credo che il robot possa sostituire testa, mano, cuore dell’artista. Non credo che il solo robot possa dare un’anima alla scultura. Il vero problema è non farsi sottomettere dalla tecnologia».

Il tuo incontro con la Versilia artistica?

«Ho frequentato la Versilia negli anni Settanta. Conoscevo bene Sem Ghelardini e molti scultori che si trovavano a Pietrasanta. In quegli anni Pietrasanta era veramente la città degli scultori. A mio avviso Pietrasanta da quando è diventata “Piccola Atene” non è più la città degli scultori. Da quando non ci sono più i laboratori nel centro storico, da quando la grande distribuzione ha preso il sopravvento e hanno iniziato a chiudere le piccole attività commerciali, le piccole osterie, si è trasformata in una città turistica. La comunità artistica trova difficoltà a incontrarsi, a parlare, discutere, vivere quell’atmosfera irripetibile. Rimangono alla periferia della città bravissimi artigiani del marmo e del bronzo, dove ho realizzato le mie sculture». –



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