Il Tirreno

Versilia

Strage, con la morte nel cuore lungo le strade della giustizia

Donatella Francesconi
Strage, con la morte nel cuore lungo le strade della giustizia

Dall’aula del processo d’appello le voci dei familiari di chi non c’è più I ricordi di quella maledetta notte fanno ancora male come fosse ieri 

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. Una farfallina al collo, che rimanda - timida - lampi rosati. «È di Elena», dice all'improvviso Luciana Beretti, madre di Federico Battistini che di Elena Iacopini era il marito. Nove del mattino, nell'aula 32 del Palazzo di giustizia di Firenze. Le magliette con i volti delle 32 vittime del disastro ferroviario sono state già distese su altrettante sedie, poco prima dei banchi dei legali di parte civile. «Avete ritrovato tutto?», interviene nella conversazione Silvano Falorni, che quella maledetta notte del 29 giugno 2009 si è visto portare via il fratello Andrea e la cognata Maria Luisa Carmazzi, "Scarburato" e "Pulce" per gli amici biker. «Perché da casa di mio fratello hanno portato via anche la cassaforte». Cassaforte trovata aperta anche nell'abitazione di Federico ed Elena, dove - al piano di sopra - vivevano i genitori di lei, entrambi deceduti per le ustioni e le ferite.

«In casa», si rincorrono i ricordi di mamma Luciana, «non è bruciato niente. Si è salvato perfino il televisore a led...e pensare che sono apparecchi delicati...». Non si sono salvati, però, i ragazzi, freschi di nozze. Federico, 32 anni come la moglie, ha avuto il tempo di capire cosa stava accadendo. «È uscito ed ha incontrato Marco Piagentini», ricorda la madre, «e si sono detti di mettere in salvo le famiglie, subito». Le parole convulse si perdono nel fragore delle esplosioni, che sbattono per due volte il giovane autista Vaibus contro mobili e pareti di casa. Federico grida, per dare l'allarme ad Elena ed ai suoceri. E firma, così, la propria condanna a morte. «In ospedale i medici mi parlavano sempre del "polmone", al singolare. Pensavo fosse un modo di dire. Ed invece Federico era rimasto con un polmone solo. E le vie respiratorie erano tutte bruciate». Federico ed Elena sono morti il 13 luglio 2009 ed il 30 giugno. In casa loro, invece, non è andato bruciato quasi niente. «Ho ancora i divani», sono le parole cariche di rabbia e dolore di Luciana.

Poteva finire così anche Marco Piagentini, oggi uno dei simboli della strage di Viareggio, e presidente dell'associazione "Il mondo che vorrei". Ma quando Marco - che quella notte ha perso la moglie Stefania Maccioni ed i loro figli Luca e Lorenzo, di 5 e 2 anni - è tornato nell'abitazione a ridosso dei binari dopo aver portato Luca in auto, ha sentito il gas, ha capito in un lampo cosa stava accadendo, «e si è tappato naso e bocca con le mani», racconta Antonietta Frasca, madre di Stefania e nonna dei piccoli. Vicino a lei, sulla sedia, c'è una borsa di Stefania: «In una hanno frugato, subito dopo la notte maledetta, ed hanno portato via 600 euro prelevati per i pagamenti delle bollette». In quel giorno dopo che lei e la sua bella famiglia non avrebbero più visto.

È un vicino di casa, invece, ad aver visto vivo, per l'ultima volta, Andrea Falorni. Dopo aver capito che l'unica via di salvezza era portarsi sul retro, nel dedalo di corti che sul retro delle abitazioni di via Ponchielli si dipanava fino alla via Aurelia. Ma "Scarburato" non ce la fa. Il tetto dell'abitazione crolla portandosi via anche Andrea. Del quale sarà ritrovato, dopo giorni, solo un frammento di ginocchio tra le macerie della casa ammucchiate con le altre. «Quando ho guardato casa di mio fratello il giorno dopo», racconta Silvano scandendo parola dopo parola il ricordo che non finirà mai di pesare sul cuore, «la parte più bassa, dove aveva agito il Gpl, era come fosse stata ripulita, messa a nudo». Ed è l'immagine della forza che il gas ha avuto su cose e persone, nella sua corsa mortale. —





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