Gioco
L’officina Cima mette in campo l’avvocato di Silvio Berlusconi
VIAREGGIO. Una discussione che non è passata inosservata, quella dell’avvocato Federico Cecconi, new entry per la parte di processo al disastro ferroviario del 2009 a Viareggio che vede coinvolta l’officina “Cima riparazioni” di Bozzolo (Mantova). Se non altro perché il difensore milanese - legale di Silvio Berlusconi nel processo “Ruby-ter” - ha portato in aula toni finalmente degni ed appropriati ad un processo con 32 vittime.
Nel processo per la strage di Viareggio la storia dell’officina italiana (certificata Trenitalia, ma anche DB, le ferrovie tedesche), che installò sotto il carro assile e ruote (sala montata) che all’ingresso della stazione cedette sotto una delle cisterne cariche di Gpl delle 14 a comporre il convoglio, ha visto tre condanne e due assoluzioni in primo grado da parte del Tribunale di Lucca. I quali hanno ritenuto responsabile anche Giuseppe Pacchioni, ex direttore generale della Cima (condannato a 7 anni) per il quale la Procura di Lucca aveva richiesto l’assoluzione. Per lui e per Daniele Gobbi Frattini (responsabile tecnico e responsabile Commessa carri, condannato a 6 anni e 6 mesi) Cecconi ha chiesto l’assoluzione con tutte le formule possibili: «In Cima il direttore generale, e prima ancora l'amministratore delegato, si era posto nella condizioni di creare tutte quelle forme di dotazione di regole di controllo e gestione dell'attività societaria in grado ragionevolmente di escludere coni d’ombra sul quale avrebbero potuto insidiarsi elementi di potenziale offensività verso terzi. E ciò si desume da: certificazioni, autorizzazioni rilasciate da organismi internazionali, e monitoraggi effettuati da soggetti terzi qualificati».
L’avvocato è tornato a ribadire quanto emerso dalle testimonianze nel processo di primo grado: una volta che la sala montata è arrivata a Bozzolo dalla Officina Jungenthal di Hannover «l'unica attività da svolgere per Cima era controllare che non vi fossero danni da trasporto e che il materiale inviato fosse e compatibile con il carro sul quale doveva essere montato».
E niente rileva il fatto che il pezzo arrivato dalla Germania portasse la targhetta con la quale convenzionalmente si segnala un livello di corrosione presente ma accettabile, tema toccato nel dettaglio dalla difesa di parte civile, avvocato Tiziana Pedonese grazie al lavoro di Polfer e dei consulenti di parte civile. La presenza della targhetta - è la difesa di Cima - significava che il materiale era stato revisionato in Germania. Per cui l’assile datato 1974 «non era certo nuovo, ma aveva caratteristiche che lo rendevano equiparabile al nuovo, secondo le disposizioni della normativa ferroviaria». Il che getta un’ombra inquietante - come del resto ha fatto la sentenza di primo grado - sul sistema delle manutenzioni ferroviarie in Europa. Fondato - è la difesa strenua di Ferrovie - sul principio di affidamento che si riduce ad un turbinio di carte. Principio che l’avvocato Cecconi ha sgretolato ieri: «Cima aveva una possibilità estremamente limitata di accorgersi di un erroneo comportamento altrui». —
D.F.
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