Toscana
Leonardo Palmerini porta sul grande schermo «Angiò uomo d’acqua» di Lorenzo Viani
Presentato in anteprima assoluta alle Scuderie di Seravezza il lungometraggio di animazione del regista viareggino
Adolfo lippi
Nuovo approdo al cinema del racconto Angiò uomo d’acqua di Lorenzo Viani. Questa volta ne è autore un artista viareggino, Leonardo Palmerini che, con l’opera di Viani, ha realizzato un importante film d’animazione, tutto figure di alto segno espressionista e musiche pertinentissime e suggestive.
Non è la prima trasposizione su celluloide del romanzo. Un altro approdo di “Angiò” lo si ebbe nel 1965 per la regia di Alessandro Brissoni, regista e scenografo fiorentino, che lo realizzò per la Rai (fece uno sceneggiato), e nel quale apparve come attore anche il pittore viareggio Renato Santini.
Palmerini è al suo primo lavoro per il cinema. Diplomato all’istituto di arte di Lucca e all’Accademia di Carrara, vive lavorando come operatore culturale alla cooperativa “Crea” che si occupa di persone in difficoltà. E con un altro musicista, Luca Checchi (che appare in questo film) fa il musicista in un complesso che si chiama “Le onde maternò”. La sua scoperta dell’universo vianesco avvenne anni fa. Interessato alle problematiche dell’arte “per” e “con” i disabili, non poteva non farsi ispirare dalla novella di Angiò che, per significati, immagini, linguaggio è davvero un capolavoro sugli emarginati e i loro profondi sentimenti.
Storia di destino e di amicizia, Angiò uomo d’acqua, è la vicenda di un nano, handicappato nella figura, figlio di marinaio e marinaio lui stesso al quale il destino detta una sentenza tragica: “morirai in mare”. Allora lui per salvarsi si rintana in una capanna a sud di Viareggio e da lì tenta disperatamente di farsi accogliere dalla terra “madre”. In questo percorso si fa amico un gigante, Fello, con il quale intrattiene un difficoltoso rapporto di amore e complicità.
Se Viani l’avesse scritto oggidì i due avrebbero certamente intrattenuto anche rapporti “sessuali”. Ma, vista l’epoca, la liason tra Angiò e il gigante, pur passionale, sanguigna, intima, si spiega tra delicatezze e zuffe di uomini. Alla fine anche Fello tradirà Angiò, il quale, continuamente attaccato ed avvilito dai campagnoli terragni, alla fine mediterà una pittoresca vendetta. Darà fuoco, coi fulminanti, alla sua medesima persona, si trasformerà in un pupazzo violento e spaventerà il paese. Così, dopo, non gli rimarrà che tornarsene in mare. Dove il destino può adempiersi. Angiò annega.
Novella cruda, a suo modo assai emozionale, Palmerini, disegnando il film, ha soprattutto lavorato sui volti, costruendo, con segni rari ed efficaci, tutti i sentimenti, amore, odio, amicizia, passione, paura, riscatto, solidarietà, avversione in un’ampia operazione di costruzione grafica (senza mai rischiare la caricatura) e decostruzione di paesaggi; dove il mare ora luccicante, ora tenebroso, ora pacifico, ora libecciato, è rappresentato spesso con la levità dei disegni giapponesi.
Più difficoltoso è semmai prendere ed utilizzare il linguaggio, il parlato di Viani, sperimentatore di parole povere così come D’Annunzio, nel medesimo tempo, inventava il gergo della retorica ricca. Gli intellettuali del tempo, agli inizi del ‘900, erano attratti dalle esagerazioni del Romanticismo e dalle esasperazioni populistiche. Viani attingeva alla lingua delle osterie e degli angiporti. Non a caso per tradurlo c’è bisogno di un vero e proprio “vocabolario” perché nel racconto, come si esprimono i personaggi e come vengono trattati, appaiono davvero tantissimi termini inusuali, scapricciati, vernacolati che spesso nemmeno hanno a che fare con la marineria. Ne proviene che “Angiò” è davvero un esempio di romanzo populista.
E che Viani fosse populista lo dimostrano l’intera sua opera pittorica e il magnifico monumento ai caduti di “piazza delle paure” che i fascisti ortodossi come Mino Maccari (poi pentito) dileggiarono e definirono “mongolo” e addirittura pagato dal partito comunista bolscevico. L’ansia delle plebi alla rivoluzione industriale (più che sociale), portata avanti perfino da Shelley (del quale Viani era fervido lettore), fu per la intera vita di Viani la sua adorata filosofia (e prassi). Sicché, come del resto Mussolini, fu prima socialista e anarchico eppoi fascista. Vedendo nel fascismo un abbattimento della borghesia. In “Angiò” questo rovello esistenziale è benissimo spiegato. E Palmerini, ricorrendo a piena mano al primitivo emozionale, si mantiene assai aderente al testo. E al tempo medesimo è moderno nella decostruzione della forma e lascia, nel film, tantissimo spazio alla musica e ai neri che consentono alle immagini di imprimersi nella coscienza degli spettatori.
Il film, presentato giovedì sera al “Mediceo” di Seravezza, ha avuto grande successo. Rispetto al precedente lavoro di Brissoni, questo “Angiò” è più artistico e meno mielato, più pungente e più strumentale all’intenzione vianesca. Vi si respira tanta salsedine. E’ un lampo di Versilia antica e affabulata. —
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