Gioco
La lezione di Farinetti: «L’Italia non si rialza chiudendo la domenica»
Il patron di Eataly «preoccupato» per la recessione invita i partiti a non guardare al proprio tornaconto. Stoccata al governo. Poi annuncia l’apertura a Parigi
LIVORNO. «Sono preoccupato per la recessione? Certo che lo sono». Oscar Farinetti, fondatore dell’impero Eataly, il verbo del food italiano nel mondo, dubbi in questo caso non se ne pone. A Livorno, intervistato dal direttore de La Stampa Maurizio Molinari, non ha avuto incertezze. E non ha cominciato la frase con il maybe (forse) che gli ha dato il la per dedicare il suo negozio di New York a questo intercalare tipico della Grande Mela. Diretto come un missile non si è tirato fuori dalle domande, garbate e incalzanti, sui temi di attualità. «Il problema non è come va il Paese ma è la reazione: si deve aver paura e trovare le soluzioni. Qui c’è la recessione ma invece di aver dubbi si contestano anche i dati Istat e si propone di chiudere i negozi la domenica. Non è così che ci si rialza».
Cosa consiglierebbe al presidente del consiglio? Molinari entra nel varco aperto dall’imprenditore piemontese. Uno, due, tre via: «Al presidente, ma ancor di più al suo vice (il riferimento è a Salvini) chiederei di fare gesti per il benessere del nostro Paese è non per far aumentare voti al suo partito».
Ma la situazione non è irrecuperabile, in fondo è solo lo 0,2 in meno di Pil. «Lo era sicuramente di più nel 1945, avevamo perso la guerra e l’Italia era da ricostruire, ma nessuno ha contestato le analisi. Si è avuto paura, si sono affrontati i problemi e si è ripartiti. Lo facemmo allora, non era certo una situazione migliore di oggi. Serve però avere dubbi: gli americani li hanno, aprono la frase sempre con la parola “forse”, i giapponesi invece dicono grazie. Serve consapevolezza e umiltà».
Dubbi, consapevolezza e fiducia. Ma anche capacità di liberare i propri talenti. Venti minuti di intervista e la filosofia-Eataly è servita.
Del dubbio abbiamo già parlato. Per la consapevolezza invece bisogna immaginare una scrivania con un mappamondo. «Se guardi il mappamondo - dice Farinetti - vedi che l’Italia è un puntino in mezzo alla Cina, enorme, e all’America, grande. Sposti lo sguardo e ti rendi conto che abbiamo prodotti che non ha nessuno e più siti Unesco di tutta la Cina. Non è merito nostro ma dobbiamo sapere che è sufficiente raccontare tutto questo. Raccontarlo nel mondo: dobbiamo raddoppiare l’export delle nostre eccellenze e il numero dei turisti stranieri che vengono qui».
Liberare i talenti: Farinetti segue il fil rouge che lega tutto il forum. Ossia, non è come viene da pensare che l’innovazione sia qualcosa di moderno, c’è sempre stata. Gli innovatori c’erano anche nel passato e quindi a fare la differenza è il capitale umano. «Ecco, i miei negozi non sono una catena. Ogni spazio ha un suo tema e delle sue peculiarità e lascio liberi i miei dipendenti di esprimersi dopo aver detto loro quelle due, tre cose sui valori base dell’azienda: facendo così inventano cose nuove, mi aiutano a far crescere Eataly che fonda il suo successo sul nostro cibo e sulla stima che all’estero hanno di noi. Incredibile, vero? Stima, proprio stima».
L’Italia è un puntino sul mappamondo, ha eccellenze ma deve essere in grado di veicolarle negli altri paesi. «Il segreto è esportare il nostro savoire faire su cui non si paga nulla alle dogane e di questi tempi è già una ricchezza. Non tutti sanno che Eataly collabora con le grandi aziende dei Paesi in cui va e ringrazia, come i giapponesi: negli Stati Uniti per il latte con cui facciamo le mozzarelle e le farine per il pane. Collaborare è indispensabile».
Farinetti lo farà anche a Parigi, il 10 aprile aprirà un punto Eataly con La Fayette. «Una sfida», commenta. «Andremo nel tempio della cucina. Ci vuole un grande coraggio: i francesi ne sanno più di noi. Sono preparati, hanno tecnica. Noi invece abbiamo i cibi buoni che preparavano le nostre grand grand mother, nonne e bisnonne».
Un coraggio già dimostrato con l’apertura di Eataly prima in Giappone e poi negli Stati Uniti. «Ci ho perso un sacco di soldi con quest’idea di partire prima dov’era più difficile».
A settembre invece Farinetti , con la sua azienda di oltre 8.000 dipendenti, sbarcherà anche in Canada. Poi un’altra perla-pensiero, tra racconti sulle città americane dove Trump ha perso e aneddotti farciti di riferimenti storici con citazioni di Ovidio e Adam Smith e infine l’appello a non arrabbiarsi se ci copiano. «Ci lamentiamo di continuo: quello mi copia, quell’altro mi ha copiato. Questo l’ho fatto prima io» ha concluso Farinetti. «Se ci copiano vuol dire che siamo bravi. Siamo i più precisi al mondo, facciamo le macchine per realizzare tutto, il nostro cibo è il più godibile: abbiamo eccellenze che ci inviadiano».
Facciamoci venire un dubbio, alla Farinetti: «Sarà il caso di aver più fiducia nelle nostre possibilità?». —
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