Il Tirreno

Versilia

Carnevale di Viareggio
carnevale di viareggio

Il ricordo di Verlanti dei colleghi e i mille aneddoti di una vita trascorsa nei baracconi

Simone Pierotti
Renato Verlanti
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Renato Verlanti

Galli: «Sapeva trasformare in realtà il sogno racchiuso in un bozzetto». Vannucci: «Sempre elegante, era un gentiluomo»

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VIAREGGIO. Il "carista signore". Rigorosamente con una erre - anzi, 'ere'... - sola, alla viareggina. Renato Verlanti, uno dei costruttori che ha scritto le pagine più belle della storia del Carnevale, lo ricordano tutti così. Chi ci ha lavorato a stretto contatto, chi da lui ha imparato i trucchi del mestiere, chi è stato suo rivale fra i carri di prima categoria: il pensiero unanime è che «se n'è andato un signore». A partire da Luigi Bonetti, che nel lontano 1992 entrò nel baraccone di Verlanti: «Mi chiamò Menghino, che all'epoca realizzava i carri assieme a Renato. E Renato, in tutti gli anni in cui ho collaborato con lui, mi ha sempre dato tanto: era un uomo distinto, tranquillo, che sapeva organizzare le sue maestranze. Una persona squisita a cui devo tanto, perché da lì in poi non ho più lasciato il mondo del Carnevale. Tanto di cappello».

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Il 1992 fu l'anno in cui vinse “Attenti al lupo” ed Enrico Vannucci, che conquistò quel primo premio assieme al padre Carlo, ha un aneddoto da condividere: «All'ultimo corso ci fu una fuga di notizie sul verdetto e all'ora di pranzo in molti sapevano già tutto: quando arrivai sui viali a mare il primo che incontrai fu proprio Renato. Mi fece i complimenti, io rimasi sbigottito e dissi: 'Ma come, a quest'ora?'. E lui: 'Vai tranquillo...'. Una persona genuina, schietta e sempre rispettosa». Che con la famiglia Vannucci aveva un legame particolare: «Era dello stesso anno di mia madre, a sua volta amica d'infanzia della Lucilla, la moglie di Renato: si conoscevano da una vita. E anche con mio padre ci sono sempre stati rispetto e stima. Renato lascia un vuoto enorme, e non è una frase di circostanza: era elegante, non solo nei modi di fare. Al baraccone tutti i carristi avevano la tuta da lavoro impataccata. Lui no: era sempre pulito e preciso, sembrava appena uscito da un negozio».

Se c'è qualcuno che più volte, in quei favolosi anni Novanta, è andato vicino a sconfiggerlo è stato Fabrizio Galli: «Con Renato c'era una sanissima competizione e un buonissimo rapporto, tant'è che è sempre venuto a trovarmi dopo che aveva smesso. Il Carnevale è soprattutto abilità nel costruire i carri e lui in questo è stato uno dei più grandi, bravissimo nel trasformare in realtà il sogno che c'è in un bozzetto. Non dimenticherò la passione con cui ha insegnato a me e a mia moglie come preparare il pancottino di pesce: te lo spiegava per filo e per segno. Lei seguì alla lettera la ricetta e difatti venne buonissimo».

Alessandro Avanzini, invece, è stato colui che nel 1998 interruppe il filotto di quattro vittorie di Verlanti e Menghino: «Fra Renato e mio padre Silvano, come del resto con tutti gli altri carristi, c'era una grande amicizia. Era ambizioso e gli piaceva vincere, tant'è che finanziava personalmente i suoi carri quando eccedeva il budget a disposizione, all'insaputa della moglie stando a quel che si diceva - ricorda ridendo - questo testimonia la sua generosità, ma anche il grande amore per il Carnevale. Recentemente mi confidò che lo assaliva la nostalgia e che si rammaricava di non poter più partecipare».

Tranquillo, Renato. Nessuno dimenticherà i tuoi capolavori. —
 

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di Redazione web