Il Tirreno

Versilia

La storia dei palombari dell’Artiglio e delle donne che vissero al loro fianco

elena torre
La storia dei palombari dell’Artiglio e delle donne che vissero al loro fianco

Donatella Borghesi, nipote di Alberto Gianni, getta una nuova luce (rosa) sulla leggenda

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elena torre

L’Iguana Editrice che ha tanto a cuore la narrativa al femminile e che ha scelto come nome e logo un omaggio all’opera di Anna Maria Ortese, pubblica Sono io la tua sposa marina di Donatella Borghesi. Il libro verrà presentato al Museo della Marineria di Viareggio domani alle 17,30 e l’autrice dialogherà con Riccardo Mazzoni ed Erika Pucci e, partendo dal recupero nel 1930 del relitto carico di esplosivo in cui morirono molti palombari dell’Artiglio, racconterà generazioni di donne speciali.

Ma qual è la molla che ha fatto nascere la volontà di raccontare questa storia?

«La storia è di per sé romanzesca: c’è il grande protagonista, mio nonno Alberto Gianni, che muore durante una delle sue imprese nel 1930, c’è l’epica del mare e dei recuperi subacquei, c’è un segreto difeso tenacemente da un donna che lo amava, c’è la figura potente della moglie Marianna, mia nonna, c’è l’incontro cinquant’anni dopo tra i figli legittimi e il figlio “bastardo” che nel frattempo è diventato un personaggio importante».

Come ha scelto la voce narrante?

«Lo sguardo era importante. E senza nemmeno accorgermene, è entrato prepotentemente nella scrittura il mio, quello della nipote, sufficientemente lontana per essere obiettiva. Così il libro ha preso subito le caratteristiche del memoir, seguendo più il filo dei sentimenti che della ricostruzione storica. Di una cosa ero certa: non c’era bisogno di un altro libro sulla storia dell’Artiglio, da David Scott a Silvio Micheli tutto era già stato fatto».

Da dove sono partite le sue ricerche?

«Dalla memoria, quella dei racconti della nonna, che per tutta la vita è restata devota al suo Alberto. I ricordi di mia madre e degli zii, i libri che raccontavano la sua epopea, i ritratti sparsi per la casa… Alberto Gianni era una presenza viva anche per me, pur non avendolo conosciuto. Determinanti sono stati i racconti di mio zio Iberico durante gli ultimi tempi della sua vita. Poi, naturalmente, Jean Le Garrec, il figlio francese del nonno, che mi ha dato anche l’ultima spinta affettiva di cui avevo bisogno! Jean è ancora vivo, abita a Parigi e aspetta per Natale il mio libro».

Dove l’hanno condotta le ricerche?

«Ho avuto la fortuna di avere a disposizione le lettere del nonno inviate alla nonna, il legame che li univa era molto forte. Alberto Gianni, come tutti i palombari che recuperavano i relitti di grandi navi, stava lontano dalla famiglia dieci mesi all’anno. Come era lontano il loro amore da quelli che avevo vissuto. Così, accanto al susseguirsi degli eventi, ho seguito anche le tracce dell’educazione sentimentale di tre diverse generazioni. E se il libro inizia con il ritratto di un uomo forte, via via prendono corpo figure di donne eccezionali, da mia nonna Marianna, vedova a 32 anni, ad Adrienne, che alla morte di Alberto si è ritrovata sola con un bimbo di un anno, il mio sguardo ha dato spazio alle figure femminili, fuori dalla retorica tutta maschile delle avventure marinare». —

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