Il Tirreno

Versilia

È viareggina il medico dal volto umano: «Ecco come mi comporto con i miei pazienti»

Claudio Vecoli
Lucia Tanganelli
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Lucia Tanganelli

L’oncologa Lucia Tanganelli, vice primario all'ospedale di Lucca, ha ricevuto a Milano il premio «Laudato medico» dal figlio di Umberto Veronesi 

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VIAREGGIO. E’ stata premiata insieme ad un ristretto manipolo di colleghi direttamente da Paolo Veronesi, figlio di Umberto. Ma il riconoscimento ricevuto martedì a Milano da Lucia Tanganelli, 48 anni, medico viareggino vice primario del reparto di oncologia dell’ospedale San Luca di Lucca, non è legato solo alla preparazione professionale.

Già, perché il premio “Laudato medico” istituito dall’associazione Europa Donna Italia mette ogni anno in risalto soprattutto il lato umano del medico, la sua capacità di ascoltare e di entrare in contatto con i pazienti, di farsi sentire al loro fianco anche oltre le cure. E forse proprio per questo ha un valore ancora più grande. Tanto più se si considera che le segnalazioni arrivano direttamente dalle pazienti che hanno intrapreso un percorso oncologico per un tumore al seno.

Dottoressa Tanganelli, per un medico essere premiato per il “volto umano”, per il rapporto che riesce ad instaurare con i suoi pazienti, è motivo di orgoglio che va ben oltre le proprie competenze scientifiche.

«Devo dire che è un premio che mi riempie di gioia proprio perché ad attribuirlo sono le persone che hai in cura, quelle con cui vivi e lavori per gran parte della giornata e che per un medico, al di là della carriera, devono restare il punto di riferimento della professione. L’emozione che ho provato nel riceverlo dalle mani del figlio di Umberto Veronesi è forse paragonabile soltanto al giorno in cui mi sono laureata».

Come ha scoperto di essere stata segnalata?

«Io non se sapevo assolutamente nulla fino al giorno in cui, un paio di settimane fa, una paziente mi ha telefonato per dirmi che ero in finale. E’ nato tutto dalle persone che ho in cura e devo dire che questo è uno degli aspetti del premio che mi gratifica di più».

Quali pensa siano le doti di umanità che le hanno permesso di essere premiata al “Laudato medico”?

«In realtà nel mio lavoro non credo di fare nulla di particolarmente trascendentale. Cerco, questo sì, di entrare in contatto con i pazienti e di considerarli prima di tutto delle persone. Quando si entra in un percorso difficile e dagli esiti per nulla scontati come quello di una malattia oncologica si ha bisogno di un sostegno che va oltre la cura. Ma per farlo bastano anche piccoli gesti. Un esempio? A tutti i miei pazienti lascio sempre il mio numero di cellulare. E sanno che in qualsiasi momento possono contattarmi per un bisogno, per una esigenza, per un consiglio. Poi magari se non ci sono urgenze non mi chiamano, ma sanno di poterlo fare. E questo li lascia un po’ meno soli».

Perché ha scelto di fare l’oncologo?

«Ho deciso di intraprendere questa strada quando avevo 22 anni. Stavo frequentando medicina a Pisa e mi fu diagnosticato un tumore ad un ovaio. Fortunatamente ne sono uscita, ma in quel momento ho deciso che mi sarei specializzata in oncologia. E così ho fatto».

Fra l’altro, quando fu operata, le fu detto che non avrebbe potuto avere figli…

«Sì. Quando mi fu asportato un ovaio mi fu detto così. E invece poi sono diventata madre di due splendide bimbe. Diciamo che sono una persona che si arrende difficilmente…»

Un incarico di vice primariato all’ospedale di Lucca, tanti impegni legati all’aggiornamento professionale, una grande disponibilità ance di tempo nei confronti dei propri pazienti. Chi non la conosce potrebbe pensare ad una donna sempre e solo in camice. E invece riesce a conciliare il suo lavoro non solo con la famiglia ma anche con altre attività: dall’impegno negli scout a quello nell’associazionismo.

«Probabilmente è una necessità. Anche se i casi di guarigione sono sempre più numerosi e la ricerca scientifica sta facendo passi importantissimi, nel mio lavoro si è necessariamente spesso a stretto contatto con la morte. E allora io, che per carattere sono una persona piena di vita, ho bisogno di ritagliarmi degli spazi anche in questo senso. Per questo, ad esempio, ho deciso di impegnarmi nel gruppo scout Viareggio 3 al don Bosco e di stare a contatto con i giovani. E per questo, in Darsena dove vivo, mi impegno nella vita della parrocchia dei Sette Santi. Ma faccio parte anche della compagnia dei fratelli Cinquini e per Carnevale da anni mi metto in maschera e contribuisco all’animazione del carro. Forse se non facessi così non troverei lo stesso entusiasmo che metto nel mio lavoro».

Quando si riceve un premio, lo si dedica a qualcuno. Nel suo caso?

«Io lo dedico ai miei genitori che mi hanno sempre aiutato a realizzare i miei sogni e a mio marito Ovidio e alle miei figlie Cecilia e Celeste a cui sottraggo molto tempo proprio a causa del lavoro. E ancora alle pazienti che mi hanno votato: a loro va il mio grazie».
 

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