Il Tirreno

Versilia

Prime importanti adesioni al comitato per la raccolta dei fondi necessari a salvare l’opera alla chiesa del porto in Darsena 

Il restauro del murales del Menghino che celebra la chiesa del prete operaio

Adolfo Lippi
Il restauro del murales del Menghino che celebra la chiesa del prete operaio

LA STORIAVi è un bellissimo restauro da attuare alla chiesetta del porto in Darsena. È quello di un vivace, coloratissimo, splendido murales che Giovanni Lazzerini detto Menghino realizzò nel 1976. E...

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LA STORIA

Vi è un bellissimo restauro da attuare alla chiesetta del porto in Darsena. È quello di un vivace, coloratissimo, splendido murales che Giovanni Lazzerini detto Menghino realizzò nel 1976. E dopo fece i murales alla sede della Camera del Lavoro al ponte girante. Perché il restauro avvenga e già se ne stanno occupando due noti artisti, Carlotta Mori e Corrado Giovannetti, si è costituito un comitato per la raccolta di fondi. Ne fanno parte don Luigi Sonnenfeld, rettore della chiesetta, dove abita da cinquant’anni, Giovanna Lazzerini figlia di Meghino, il marito Carlo Lippi, Maria Grazia Galimberti, autrice della biografia di don Sirio, l’architetto Giorgio Polleschi, il geometra Bettino Lasagna. Alla raccolta hanno già aderito Carnevaldarsena, la Fondazione Banca del Monte di Lucca, presieduta da Oriano Landucci con Andrea Palestini, già sindaco di Viareggio, vice presidente, e altri enti.

Cos’è il murales? È una crocifissione mirabile, di stile naif e surreale, colorata di tutto quanto l’iride, raffigurata da un Cristo trionfante e vitale, circondato da quelli che erano i viareggini leggendari, marinai, calafati, pescatori, un mondo che nemmeno esiste più che rappresentava la comunità che, assieme ai balneari, fece la città già nel 1800.

Lazzerini fu artista poliedrico e notissimo. Realizzò carri del carnevale trionfanti. Intellettuale organico della sinistra portò l’arte al servizio delle idee prima in chiave rivoluzionaria e massimalista poi, dopo l’incontro con lo scrittore Cesare Zavattini, in chiave popolare. Una recente mostra, a lui dedicata a Palazzo Paolina, dimostrò quanto il popolo viareggino per lui rappresentasse un’epica, una leggenda corale da narrare, con esempi eclatanti come i palombari dell’Artiglio o comandanti di velieri quali gli Antonini così ben rievocati anche da Mario Tobino. Di recente al Museo della Marineria, su iniziativa di “Medusa”, si è avuto modo di celebrare questa Viareggio, città che ha il mare nel sangue e tutto deve al mare, dai cantieri navali agli stabilimenti balneari. Così negli anni ’60 si innamorò del porto anche un prete, don Sirio Politi, che lasciata la comoda parrocchia di Bargecchia venne ad abitare nella chiesetta al “cantaccio” del porto nel piccolo edificio che aveva ospitato per anni una povera donna, la Primetta, posseduta con frutto di figli, uno tedesco uno nero, dagli occupanti passeggeri.

Don Sirio non aveva paraocchi. Si apriva a tutti. Fece il prete operaio, con scandalo delle gerarchie, e recuperò una piccola comunità della quale fecero parte don Beppe Socci, Maria Grazia Galimberti, don Sonnenfeld. La comunità pubblicò un libro “Una zolla di terra”, fece scuola popolare, produsse perfino un teatro popolare con scritti di don Sirio, editò vari giornalini (“La voce dei poveri”, “Popolo di Dio”, “Lotta con amore”) e dette vita alla coop Crea e all’associazione l’Arca tutt’ora esistenti. A don Sirio si affiancò poi nella comunità trasferita a Bicchio don Rolando Manesini.

Quel “cantaccio” tra un moletto e un angiporto fu per anni un faro di spiritualità intensa, una palestra di vocazioni allo spirito, un’officina di creatività popolare tanto da richiamare artisti e poeti, quali, appunto, Lazzerini. Non erano tempi facili: per strade e fabbriche rombava la contestazione giovanile che poi sfociò nei tragici delitti delle Br. Fare scelta della parte dei poveri, addirittura dalla parte del proletariato, come fece don Sirio, che andò a lavorare come operaio ai cantieri Picchiotti eppoi Toyz, veniva e venne guardato con sospetto. Ma la comunità rimase sempre fedele alle scelte della non violenza, e allora si attuò perfino una scuola di mestiere in un capannone poco distante la mitica chiesetta.

Durante la recente estate l’architetto Polleschi si accorse che il murales, declamatorio di un cristianesimo degli ultimi, andava deperendo. Così avviò con i parenti di Menghino l’iniziativa che da oggi appare sulle cronache con lancio di un bollettino postale dove si potranno versare contributi, anche modesti. Affinché resti attivo il ricordo di una vicenda, quella di don Sirio e compagni, che portò il conforto religioso e civile in una parte delle darsene. In una città che espresse anche una cultura di grandissimo livello basti ricordare pittori quali Viani, Marcucci, Inaco Biancalana, Renato Santini, Giorgio di Giorgio, scrittori quali Silvio Micheli e Leone Sbrana, poeti come Giuliano Bimbi. —

Adolfo Lippi



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di Redazione web