Il Tirreno

Versilia

C’è (anche) la penna di Giampaolo Simi dietro al successo in tv di «Nero a metà»

Claudio Vecoli
C’è (anche) la penna di Giampaolo Simi dietro al successo in tv di «Nero a metà»

Lo scrittore viareggino ha firmato soggetto e sceneggiatura della fiction di Raiuno che ha già fatto il boom di ascolti

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C’è (anche) una penna viareggina dietro al grande successo di Nero a metà, la fiction di Raiuno con Claudio Amendola che lunedì sera – per la seconda settimana di fila – ha fatto il pieno di ascolti e di share. Nel pool di scrittori che ha curato la sceneggiatura c’è infatti anche Giampaolo Simi, ormai affermato scrittore viareggino di noir e autore di punta della scuderia Sellerio, che insieme a Vittorio Testa ha firmato anche il soggetto della serie. Un’idea nata nel lontano 2010 e che, dopo una gestazione di più di otto anni, è finalmente approdata in televisione. Raccogliendo i consensi sia del pubblico che degli addetti ai lavori

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Come è nato il progetto di questa serie televisiva?

«Da un’idea che avevamo in testa da tanti anni io e Vittorio Testa. Noi due ci eravamo conosciuti quando, insieme, curammo il progetto di Crimini, un programma televisivo andato in onda su Raidue e che ha rappresentato il mio debutto nel mondo della televisione. Dopo quella felice esperienza comune, ci ritrovammo e cominciammo a lavorare insieme a questo nuovo progetto. Era il lontano 2010 e tirammo giù il soggetto di quello che poi sarebbe diventato Nero a metà. Lo consegnammo alla Rai perché lo valutasse, ma per molto tempo non se ne fece di niente. Poi, all’improvviso, nel 2014, il soggetto fu ripreso da qualche cassetto dove era stato abbandonato. Ricordo ancora che dalla Rai mi chiamarono in piena estate e io, all’inizio, pensai che si trattasse di uno scherzo. Invece era tutto vero. E insieme a Vittorio mi ricordo che passai buona parte del mese di agosto a Roma a lavorare al progetto. Poi è iniziata la stesura della sceneggiatura, alla quale hanno contribuito anche Francesco Amato e Donatella Diamante. Fino alle riprese».

La fiction ruota intorno alla figura di Claudio Amendola. Avevate già in mente lui quando scrivevate la storia?

«Diciamo che la serie televisiva è nata proprio intorno ad Amendola. Quando il progetto ha avuto l’ok della Rai, ci è stato detto che il ruolo dell’ispettore Carlo Guerrieri sarebbe stato proposto a lui. Quindi, quando abbiamo cominciato a scrivere, avevamo ben chiaro in testa chi avrebbe interpretato quel personaggio. E, devo dire, non so se la fiction sarebbe venuta alla luce se lui avesse detto di no. Insomma, non ho idea se vi fosse anche un piano B. Per fortuna, però, gli è piaciuta e sono iniziate le riprese».

Lavorare alla sceneggiatura di una serie televisiva è molto diverso dallo scrivere un romanzo. Come ti sei trovato in questo nuovo ruolo?

«Innanzitutto quando scrivi un libro sei da solo e quindi hai una libertà assoluta di espressione. Quando scrivi una sceneggiatura, invece, lavori in team e dunque devi coordinarti continuamente con il lavoro di altre persone rispettando certi equilibri. Nel nostro caso, alla stesura della sceneggiatura, abbiamo partecipato in quattro. Però ognuno di noi aveva un ruolo e dunque non è stato difficile armonizzare il nostro lavoro. Diciamo che io mi sono occupato principalmente della linea mistery della storia. E devo dire che sono molto soddisfatto di quello che abbiamo partorito. Detto questo, c’è anche da fare i conti con il pubblico al quale ti rivolgi che è molto diverso dal lettore tipo di un tuo libro. Questo implica dover scendere a qualche compromesso. Inizialmente avevamo pensato a dei personaggi più “sporchi”. Poi, dovendo scrivere per il pubblico della prima serata di Raiuno, abbiamo dovuto aggiustare un po’ il tiro. Nonostante questo, però, non abbiamo stravolto il nostro lavoro. E devo dire che ne è venuto fuori un buon compromesso. Inoltre questo percorso è stato anche istruttivo, perché mi ha in qualche modo costretto a pensare un prodotto per un pubblico più ampio di quello che legge i miei romanzi».

L’elemento caratterizzante di questa serie televisiva è indubbiamente la presenza di Malik, il poliziotto di colore. Una scelta che, con la Lega al governo, poteva dar vita a qualche polemica…

«Beh, la lunga genesi di questa serie dimostra che Nero a metà non è nato perché ora al governo c’è la Lega di Salvini. Certo, è curioso che vada in onda a pochi mesi dall’insediamento del governo gialloverde. Ma quando abbiamo pensato per la prima volta a raccontare questa storia la Lega era più impegnata a parlare ai padani che non a portare avanti la politica del “prima gli italiani”. Noi abbiamo solo voluto scrivere una storia che racconta di pregiudizi. Che sono quelli dei bianchi per un poliziotto nero, ma anche quelli di un poliziotto di colore nei confronti di chi vive e lavora accanto a lui. La realtà è più complessa di quanto non si voglia fare apparire. E noi, con Nero a metà, abbiamo cercato di fotografarne uno spaccato». 

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