Il Tirreno

Versilia

Così la Versilia nacque dall’amore e dall’ispirazione dei grandi poeti

Adolfo Lippi
Così la Versilia nacque dall’amore e dall’ispirazione dei grandi poeti

Da Shelley a Carducci, da Nomellini a Viani, da Lord Byron a Giacomo Puccini: dall’Ottocento questa è stata una terra di artisti 

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La Versilia è stata, dall’Ottocento in poi, terra di poesia. Può ancora esserlo? Terra di poesia perché vi incrociarono gli inglesi Lord Byron e Percy Shelley, austro-tedeschi come Erich Maria Rilke e Carlo Boeklin, russi come Maksim Gorkij, italiani quali Giovanni Pascoli, Giosuè Carducci, Cesare Ungaretti, Gabriele D’Annunzio, Ceccardo, Eugenio Montale, Pierpaolo Pasolini, Giorgio Caproni. E perché vennero qui?

Lunedì 5 a Villa Bertelli a Forte dei Marmi si sono illustrate le ragioni dello stretto rapporto tra territorio, cioè paesaggio e natura, e poesia sia scritta che dipinta (da pittori quali Nomellini, Soffici, Carrà, Viani, Boeklin, Vinier, Pagni, Carlini, Dazzi, eccetera) che musicata (dal genio di Giacomo Puccini).

Era la Versilia terra paradisiaca, un Eden fantasticato, bianco di nebbioline lattiginose (come descrisse Cesare Garboli). Poi, a partire dai primi dell’Ottocento, venne progressivamente rapita e fatta propria dall’industria delle vacanze (prima delle elites poi delle masse). Ebbene i poeti vissero questa epocale trasformazione che ancora ci riguarda. E passo a passo descrissero i mutamenti: da Gabriele D’Annunzio ed Eugenio Montale che visse in Forte dei Marmi ai giorni nostri, cioè appena ieri.

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L’invenzione della Versilia la si deve indubbiamente ai romantici. Invase le città nordiche, inglesi, francesi, tedesche, dai fumi di un’industrializzazione crescente, a cominciare dagli artisti, ebbri di sole, vi fu la necessità di trovare spazi di natura incontaminata, un mare calmo e pulito, pinete rinfrescanti. Di pari passo, anche su indicazioni mediche, si riscoprì il corpo desioso di aria, bagni, esercizi fisici. E per questi motivi Paolina Bonaparte, che aveva vari malanni, si fece costruire una villa lungomare a Viareggio.

Dopo di lei capitarono da queste parti prima Lord Byron (a Pisa e Marina) eppoi Shelley che cantò magistralmente una gita in barca sul Serchio nutrita di rugiada e d’aurora. Shelley, cantore del Prometeo liberato, antesignano dall’anarchia, panteista e rivoluzionario, ebbe, come noto, a morire naufrago davanti al Gombo di Torre del Lago. La sua salma fu bruciata in un mistico rogo davanti a piazza Mazzini, la sua epopea divenne così sogno ed ispirazione per Gabriele D’Annunzio che cominciò a bazzicare da queste parti a fine Ottocento perché innamorato dall’attrice Eleonora Duse che abitava alla Dogana di Marina di Pisa dove s’era ritirata a piangere ed evocare un proprio figlioletto lì morto, figlio di un attore pisano.

D’Annunzio s’infervorò quasi subito dal paesaggio. Per lui la Versilia era ampia, andava dalla foce del Magra all’etrusca Populonia. Abitando a Marina di Pisa, bagnandosi tra i pini di San Rossore, scrisse per la Duse la magnifica “Pioggia nel pineto”. Poi sempre con la Duse, nelle successive estati (tra il 1901 e il 1903), venne a trascorrere la vacanza al Secco (oggi Lido di Camaiore). E qui la Versilia gli divenne musa per l’Alcyone una raccolta di poesie bellissime, ispirate, sensuali, piene di profumi e colori, che seppero sublimare il territorio trasformandolo in una nuova Ellade, nella terra del dio Pan immortale e pagano. Sdraiato sulla rena, gli occhi spalancati al cielo, contemplando il mare di Shelley, la sua fantasia sconfinata tornò a riempire le marine, le pinete, le Apuane, di fauni e ninfe e tritoni sicché l’”Alcyone” inventò con lirica sublime un’intera sragione, dall’estate al commiato d’autunno, anticipando lo spettacolo che poi sedusse milioni di forestieri ammaliati dalla Versilia.

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La Versilia di D’Annunzio (che non descrisse mai Viareggio perché già vi erano almeno dieci grandi alberghi e tre stabilimenti balneari attrezzatissimi) fu l’ultimo squarcio dell’intuizione romantica. Fu da D’Annunzio cavalcata sulle dune di Motrone come da un semidio nietzschiano. E quando vi si accomiatò con l’arrivo dei mesi freddi, eccolo, con struggente nostalgia, rievocare i luoghi di Versilia ad uno ad uno, dall’Alpe di Mommio al Monte Magno, dai fiumicelli di Camaiore alla val di Magra, dalla Ceragiola di Seravezza al Gabberi, dal Quiesa alle paludi del Fosso Burlamacca. «E - scrisse - tutta la Versilia, ecco, s’indora d’una soavità che il cor dilania».

Invogliati da D’Annunzio, seguì poi un’intera generazione di shelleyani, di sinistra e di destra: da Lorenzo Viani e Ceccardo Roccatagliata, da Campolonghi a Pea, da Ungaretti a Moses Levy a Nomellini. Quando già la Versilia, lo disse lo scrittore inglese Aldous Huxley (che frequentava Forte dei Marmi come del resto Thomas Mann), era ormai invasa da migliaia di bagnanti eccitati, rumorosi, esuberanti al massimo.

Di questa ultima Versilia novecentesca fu testimone il premio Nobel Eugenio Montale che, dopo anni di vita in Liguria, scoprì il Poveromo a nord del Forte. Egli dedicò due poesie davvero splendide, una che richiama D’Annunzio del “pineto”. E Montale scrive: “Piove / è uno stillicidio / senza tonfi / di motorette o strilli di bambini… piove / in assenza di Ermione / se Dio vuole”; l’altra in “Satura” che dice: “..A sera / ci trasportò a sobbalzi il fuoribordo / dentro il Burlamacca, una chiusa di sterco su cui scarica / acqua bollente un pseudo oleificio. / Forse è l’avanspettacolo dell’inferno!”. Così Montale proseguì: “... sarebbe eccessivo pretendervi / una pace alcionica / il mare è d’altronde infestato / mentre i rifiuti in totale / formano ondulate collinette plastiche”.

Da tutta questa negatività la Versilia tornerà ad uscirne nella quotidiana vita che la poesia pare abbandonare? —



 

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di Redazione web