Il Tirreno

Versilia

maxi inchiesta della dda di bologna 

Barche truccate in porto per trasportare droga

Donatella Francesconi
Barche truccate in porto per trasportare droga

Lo scafo “modificato” utilizzato per far arrivare hashish dal Marocco Diciotto arresti in tutta Italia: ai domiciliari anche due uomini residenti a Lido

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Passa da Viareggio e dal suo porto la maxi inchiesta della Squadra mobile di Bologna, con il coordinamento del Servizio centrale operativo della polizia di Stato, su un traffico di stupefacenti di portata internazionale. L’operazione denominata “Double game”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Bologna (procuratore aggiunto Francesco Caleca) con la collaborazione della Direzione investigativa antimafia (sezione di Bologna), ha portato ieri a 18 arresti, due dei quali a Lido di Camaiore. Dove per Edoardo Brunoro, 52 anni, e Stefano Masoni, 58 anni, sono scattati gli arresti domiciliari. A Brunoro, piccolo imprenditore della nautica, gli inquirenti imputano l’aver eseguito «i lavori di manutenzione sull’imbarcazione (utilizzata per il trasporto della droga, ndr) aiutato da Masoni». Lavori che consistevano «nella costruzione di un vano con accesso da botola occultata, ubicata sotto il pavimento del ponte della barca». L’organizzazione criminale che aveva messo in piedi il traffico creando «un proficuo e collaudato canale di rifornimento di hashish dal Marocco» era arrivata ai due versiliesi - così la ricostruzione degli inquirenti - attraverso Carlo Dalfini, «pregiudicato dimorante ed attivo nel veronese, reclutato con il ruolo operativo di gestire sia l’intestazione della barca, che la ricerca di uno skipper in grado di condurla in Marocco». In seguito, lo stesso Delfini «sarebbe stato incaricato di seguire e pagare i lavori che l’organizzazione avrebbe commissionato ad un cantiere di Viareggio di proprietà di un altro affiliato, Edoardo Brunoro». I lavori sull’imbarcazione - così le risultanze dell’indagine - durarono fino al giugno 2014. Poi la barca “Café del Mar” fu spostata a Marina di Pisa, considerato approdo sicuro. Quando viene fermata di ritorno dal viaggio di rifornimento salta subito all’occhio «la botola di legno a chiusura di un foro praticato sul pavimento preesistente». Che «permetteva l’accesso ad un vano ricavato modificando la struttura della sala macchine, con dimensioni di 1 metro per 3,5 per 1,7». Nascosti dentro «124 pacchi di varie dimensioni, confezionati con nastro da imballaggio e contenenti hashish per un peso lordo di 2.965 chili», quasi 3 tonnellate.

Dopo il primo ritrovamento le indagini sono proseguite. Perché l’organizzazione, a capo della quale erano «tre italiani residenti a Milano, i quali seguivano personalmente tutte le fasi organizzative dell’importazione - dal reperimento dell’imbarcazione, dell’intestazione fittizia della stessa, dall’individuazione dello skipper, sino alla definizione del quantitativo e del costo dello stupefacente con i veri e propri fornitori - non aveva intenzione di mollare. E si era rivolta «ad un altro fornitore, tramite un marocchino residente nel milanese». Richiedendo - così hanno accertato le indagini - «una partita da 600 chili di hashish, al prezzo di 350 euro al chilo, per un ammontare complessivo di 210mila euro».

Il bilancio dell’operazione è di quelli dai numeri importanti: 18 ordinanze di custodia cautelare, 9 arresti in flagranza di reato, 22 perquisizioni domiciliari, 3.493 chili di hashish sequestrati, svariati milioni di euro di sequestri di beni mobili, immobili, conti correnti. —



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