Non c’è l’insegnante per il figlio autistico «La paghiamo noi»
Due genitori costretti a portare a scuola un’educatrice privata «Manca la prof e in più ci hanno ridotto le ore di assistenza»
VIAREGGIO. L’autismo glielo hanno diagnosticato a poco più di tre anni. «Prima aveva una dialettica forbita, declinava perfettamente il gerundio, era incredibile», racconta la mamma, Raffaella. «Poi ha smesso di parlare, di colpo». Chiuso a chiave nel suo mondo, in quell’isola deserta in cui finiscono tutti i bimbi autistici. Da allora la sua mamma e il suo papà si svenano per fargli avere una vita normale, ma è sempre più difficile: il mondo reale è fatto di Titani sordi che non danno e, se danno, poi tolgono. Come a scuola. Il figlio di Raffaella lunedì inizierà l’anno (la prima superiore) senza insegnante di sostegno. La cattedra non è ancora stata assegnata e, se tutto va bene, verrà fatto a fine ottobre. Fino ad allora dovrà accontentarsi di andare in classe solo nelle ore in cui c’è l’assistente sociale (quello dato dal Comune attraverso iCare per i casi più complessi). Il problema è che le ore di assistenza, quest’anno, gli sono state pure ridotte, da dieci a sei. Nonostante abbia una forma di autismo grave. «Non parla, non riconosce il pericolo e ha crisi autolesionistiche».
Così i suoi genitori hanno deciso di pagarsi un’educatrice privata, la loro, che da lunedì andrà a scuola con lui. «La manderemo due ore al giorno – spiega la mamma –: un’ora starà con l’assistente e un’altra ora da sola». Così lui potrà stare a scuola almeno dodici ore a settimana, in attesa dell’insegnante di sostegno. «E se possiamo fare questo – continua Raffaella – lo dobbiamo solo alla scuola, alla sensibilità che hanno avuto nel concederci di portare la nostra educatrice. Non ci hanno lasciato soli».
Sembra sempre una battaglia con il finale già scritto quella che compiono ogni anno i genitori di bimbi disabili che devono andare a scuola. Le cattedre del sostegno vengono sistematicamente assegnate, quasi tutte, a scuola già iniziata. Per carenza di insegnanti, ritardi nei corsi di formazione e chi più ne ha più ne metta. Senza contare che il sistema scuola è inserito in un sistema mondo che già di per sé non aiuta le famiglie. «Siamo lasciati completamente soli – si sfoga Raffaella –. Dalle istituzioni, ma anche dalle stesse associazioni che si occupano di disabilità. Io mi domando dove siano. L’unica persona che ci ha sempre aiutati, anche lasciando dietro la sua famiglia, è un’altra mamma di un bimbo disabile, Danila Aloisi. È lei che si occupa sempre di noi. E allora mi domando: se lo riesce a fare lei da sola, perché non ci riesce un’associazione? Perché non lo fa un Comune? Perché non capiscono quanto sia difficile, e anche costoso, crescere un figlio autistico? Perché se la Costituzione dice che l’istruzione è un diritto per tutti, noi, per nostro figlio, dobbiamo pagarcela? ». Già, perché? —
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