Gioco
Quei giganti di Giannelli simbolo di un’umanità in perenne metamorfosi
IL RITRATTOEmanuele Giannelli, scultore, torna a ripresentare le sue inquietanti sculture, nella terra di origine, Forte dei Marmi al Fortino. La mostra fa seguito a quelle assai importanti che si...
IL RITRATTO
Emanuele Giannelli, scultore, torna a ripresentare le sue inquietanti sculture, nella terra di origine, Forte dei Marmi al Fortino. La mostra fa seguito a quelle assai importanti che si svolsero un anno fa a Seravezza e due anni fa a Villa Argentina, a Viareggio. Emanuele Giannelli in riviera è di casa. È figlio di Giorgio Giannelli, giornalista e scrittore, tra l’altro, dell’informatissima “La Bibbia di Forte dei Marmi”. Emanuele, in famiglia di narratori, scelse di esprimersi con bronzo e marmo. Ha studiato all’Accademia di Carrara e poi a Roma. Ha studio a Querceta.
La mostra del “Fortino” propone le sue tradizionali provocazioni: gigantesche figure prigioniere di un corpo che è in perpetua evoluzione. E l’evoluzione, rifacendosi a Darwin, non finisce in questa o quell’epoca ma, con l’avvento ed il dominio della tecnologia, di scienze e mode, continuamente trasforma l’uomo che, modificandosi, perde caratteristiche ed altre ne acquista.
La scultura, quella classica, da Fidia a Michelangelo, fece del corpo umano il simbolo della bellezza, dell’idea platonica di bellezza. Ed anche Donatello, eppoi il sommo Canova, aderirono a quella lezione; sicché i marmi, da quelli attici di Pantelico ai bianchissimi di Carrara e delle Apuane statuarono il corpo in masse ferme, idoli densi di pathos, di un’immobilità irreale. Tant’è che dovettero emergere scultori quali Rodin e Medardo Rosso, nel vecchio secolo, per riportare la figura al dinamismo, al sentimento, l’emozione, dimostrando come il corpo umano segua le variazioni della società.
Con Giannelli questo incombere, nel corpo, dei tempi nuovi (con l’eugenetica, il tatuaggio sulla pelle, la chirurgia estetica) fa sì che si rompano i canoni della tradizione e si tolga la figura umana all’uso idealistico per farne invece denuncia di questa gigantesca manipolazione che i tempi nuovi, arrembanti, producono negli arti, nella testa, nell’addome, sulle spalle di umani che sempre meno rassomigliano a quelli di ieri. Sicché Darwin, più che Marx (abbondantemente citato per le opere di Giannelli), viene ben inteso a spiegare quanto il cosmo (e il corpo umano è forma del cosmo) sia in perenne moto e produca sempre originali organismi.
Giannelli pone sugli occhi delle figure occhiali da fonditore, altre volte degli aggeggi caleidoscopio, perché l’uomo è in continuo guardare l’universo, in continuo scoprire ciò che nemmeno capisce nell’immediato. Si provoca così lo stupore quello stato mentale che provocò già nell’antico la scienza e, soprattutto, la filosofia.
Vi è nei lavori di Giannelli, che colpiscono chi si limita a guardare la scultura come distrazione o come gioco appagante, un importante senso dell’attesa, uno sporgersi inquieto all’infinito che potrebbe giungere. E non giunge mai. Ma intanto, in quest’attesa, tutto in noi non è più come prima, come non fu più come prima la figura per gli scultori primitivi che immaginarono, nella poesia come nella realtà, centauri, uomini-coccodrillo, chimere di ogni tipo.
Giannelli ha esposto al Matrix di Assisi, a Palazzo Callicola di Spoleto, a Palazzo Taverna a Roma, al Ducale di Lucca, da Paola Raffo a Pietrasanta, alla Pack di Milano. —
ADOLFO LIPPI
Fino a domenica, dalle 18 alle 23.30
al Fortino a Forte dei Marmi
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