Toscana
Pietrasanta piange il Capitano stroncato dal male a 49 anni
Andrea Bertoni lavorava alla fonderia Mariani, era conosciuto in tutta la Versilia per la bravura e correttezza che dimostrava sempre dentro e fuori i campi di calcio
PIETRASANTA
Ci sono storie che non si vorrebbero mai scrivere, perché si spera sempre nel lieto fine, perché si pensa che neanche la più brutta delle malattie possa vincere uno così, leader silenzioso in campo e persona a cui affidarsi nella vita, tanto lui é il capitano e ci sarà sempre. E invece siamo qui a piangere Andrea Bertoni che se é andato nella notte tra martedì e mercoledì, stroncato da una malattia, che aveva scoperto a febbraio: con il suo solito stile si era messo a testa bassa per vincere anche questa battaglia, e con l’ultima parte della cura che doveva iniziare a giorni forse, chissà, ce l’avrebbe fatta.
Stavolta impegno, sacrificio, dedizione, abnegazione non sono bastati e alla fine ha vinto lei, la malattia. Quarantanove anni, pietrasantino doc, da una vita operaio nella fonderia Mariani, Andrea Bertoni era di quelli che non manca al lavoro neppure con la febbre e che c’è sempre per cambiare un turno con un collega o per sostituirlo per una urgenza, che se c’è da finire un lavoro se ne infischia della campanella che suona. Si era sposato da quattro mesi dopo una storia lunghissima con la sua amata.
Per tutti era il Capitano perché la sua vita era legata al calcio dilettantistico versiliese: chiunque abbia giocato a calcio in Versilia negli ultimi trentacinnque anni lo aveva incontrato sulla sua strada e aveva ricevuto da lui un insegnamento.
Andrea Bertoni da giovane sembrava un veterano per l’attenzione che riservava alla preparazione della partita, mai a letto tardi prima di un incontro a qualsiasi livello e da veterano sembrava un ragazzo per l’entusiasmo di giocare a calcio che non era mai passato. Aveva giocato nel Pietrasanta quando rinacque dalla Seconda Categoria, nel Crociale, nel Don Bosco e in altre cento squadre: nei tornei delle contrade pietrasantine, gli ultimi con la Collina, e poi nei tornei dell’Alta Versilia con il Ruosina si era sempre fatto valere e rispettare da tutti coloro che avevano indossato la sua stessa maglia o lo avevano avuto come avversario.
Era il Capitano perché era un esempio: mai un allenamento saltato, mai una parola in più con gli arbitri, ma una leadership silenziosa. Difensore arcigno, spigoloso, sempre corretto nel chiedere scusa all’avversario, ma anche grintoso nei momenti di bisogno quando decidi che non è giusto mollare, perché lui continua a correre senza sosta. Tutto sinistro, centrale difensivo e qualche volta sulla fascia, mai una concessione ad una giocata di stile inutile, ma solo tanta concretezza. Andrea Bertoni era così, concreto, senza fronzoli, nel campo e nella vita, anche cocciuto, di quelli a cui basta una parola per prendere un impegno che sai porterà in fondo. Per generazioni di calciatori e di ragazzi che lo hanno conosciuto era appunto semplicemente “il capitano”, una fascia cucita addosso come uno stile di vita, capace sempre di incoraggiare gli altri anche negli ultimi giorni quando era pronto a uscire dalla sfida più difficile.
Ieri i funerali a cui nessuno avrebbe voluto partecipare, perché, pensi, uno come il Capitano non può non avercela fatta. Sconfitto, come accade tante volte sul campo come nella vita, dove si vince e si perde non senza aver combattuto però. Vinto, ma non battuto, sempre a testa alta da vero guerriero. —
MICHELE MORABITO
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